Album Reviews: Something Weird

  • "Qualcosa di bizzarro" è un titolo azzeccato. Sono bizzarri i nomi dei musicisti, è bizzarro l'artwork ed è abbastanza bizzarra la musica, anche se agli ascoltatori appena più smaliziati non causerà troppe difficoltà. I Mugshots sono musicisti italiani celati dietro identità di fantasia (Mickey E. Vil, Eric Stayn, EyeVan, Gyorg II, Priest), autori di un disco fantasioso e dotato di una precisa identità con riferimenti vari e non scontati che spaziano dal punk all'hard rock, alla new wave e al progressive (anche se in maniera piuttosto collaterale). Durante l'ascolto mi è parso di cogliere echi evidenti di Black Sabbath, Hawkwind, Motorhead e persino Rush. Un'atmosfera da horror rock aleggia nei brani, e non a caso l'album è prodotto da Freddy Delirio-Federico Pedichini, tastierista dei Death SS.

    Di che tipo di album si tratta lo si capisce dopo il breve strumentale introduttivo, che ha il compito di preparare la strada a due brani serrati che si succedono senza respiro né soluzione di continuità. "The circus" e "Rain" sintetizzano in poco meno di dieci minuti una dichiarazione d'amore verso i ritmi ossessivi della batteria, del basso e delle chitarre elettriche, lanciati a testa bassa a spianare la strada, con Hawkwind, punk e psych-rock principali ispiratori e le tastiere ad arricchire con linee melodiche e sequenze gli arrangiamenti. "I am an eye", con ospite alle tastiere Freddy Delirio, ha un inizio cadenzato che sottolinea le atmosfere orrorifiche prodotte dall'organo e dai suoni di campane ma cambia a metà svolgimento per lanciarsi in una cavalcata hard rock. Ci sono poi alcuni brani costruiti in maniera più semplice, basati sul groove costruito dalla sezione ritmica su cui la chitarra tesse riff e accordi per creare una sorta di muro sonoro su cui fa sempre breccia uno stacco o un rallentamento in cui qualche arpeggio o una linea melodica suonata dal synth spezzano la tensione. È il caso di "An embalmer's lullaby part two" e di "Sentymento", notevole anche per la presenza come ospite alla voce del cantautore Enrico Ruggeri. "Ophis" è un tiratissimo strumentale che deve molto allo stile dei Motorhead, con un intermezzo melodico e belle colorature create dalle tastiere. "Scream again", con ospiti Freddy Delirio e Steve Sylvester dei Death SS, "Dusk patrol" e "Pain" giocano molto sulle atmosfere dark, tra momenti malinconici e improvvise esplosioni sonore guidate dalla chitarra e dalla voce. Più inconsuete "Grey obsession", nenia hippie immersa nei fumi psichedelici di percussioni, chitarre acustiche ed il flauto di Martin Grice (il basso fretless è invece suonato da Matt Malley, fondatore dei Counting Crows), e la conclusiva "Ubique", altro strumentale guidato dai synth e dalla struttura più rilassata.

    I Mugshots sono in attività da parecchio tempo, e si sente. "Something weird" ha un suono che deriva dell'esperienza e dalla voglia di divertirsi, nonostante le sue atmosfere siano spesso sinistre e ossessive. Mi è parso di avvertire una sorta di umorismo nero trasudare dalle note, che si accompagna bene alla grafica in stile fumettistico disegnata da Enrico Rizzi, noto per aver illustrato, tra l'altro, una storia della musica metal a fumetti. L'album è in sostanza un ottimo esempio di musica scritta per coinvolgere l'ascoltatore grazie al mix di atmosfere che piacerà in maniera trasversale gli estimatori di hard rock, psichedelia, punk, new wave, e progressive. Scusate se è poco!

  • (TRANSLATED FROM JAPANESE)
    The 2016 production of the Italian progressive hard rock group, The Mugshots.
    Dick Wagner, known as the guitar player of Alice Cooper band produced this album, and Freddy Delirio of the legendary Death SS mastered the album. The synthesizers play glittering sound with the hard rock guitar. Overall, fresh rockn’ roll combined with progressive composition are mixed. The lyrics are sung in English, but have the feel of condensed Italian theatrical essence. 
    You feel as if you are watching a funny, playful and crazy circus. The music has a dash of elements of the new wave pops, punk, heavy metal, along with the old days organ rock, and constructiveness of progressive rock. 
    The songs are mostly 4 to 5 minutes long and very compact. Very well composed in detail but there is no difficulty and quite melodious. 
    The album would appeal to all Italian rock fans but also to many hard rock and metal listeners. A well condensed theatrical rock. Many guests such as Martin Grice of Delirium is participating.
     
    Rating: Dramaticness 8, Progressiveness 7, Theatricalness 8: Total score 8
  • (TRANSLATED FROM GREEK)

    Along with mastermind singer Mickey E. Vil, the band from Brescia introduces their new album, particularly aimed at devotees of the grotesque genre. The twelve songs in the album reflect many influences and include members from various musical fields, even if something sounds quite differently than what we expect from a Horror Rock style quintet. This may be due to the friendly and honorary participation of many prominent guests. among these some are recognizable in the Heavy Metal area: Steve Sylvester, Mike Browing, Tony Dolan. Not all the compositions are equally good or flat, just have fun and meet your will to be scared.

  • Non so bene cosa sia quel “Theatrical Rock Music” sotto il quale viene consigliato di catalogare questo album, ma vi posso garantire che il titolo è la descrizione migliore: Qualcosa di strano! Tanto, molto, dannatamente strano… ma super fico, eccitante, coinvolgente. La ricetta? Più che di una ricetta parlerei di un intruglio per una pozione magica senza tempo e senza regole, dagli effetti collaterali non prevedibili. Ingredienti? Parlare di ingredienti è un po’ riduttivo, ma un buon sommelier potrebbe più o meno dichiarare: “Caldo, complesso, strutturato ma equilibrato nella potenza, supporto all’acidità, profumi di Hawkwind, al gusto è diretto come i Ramones, al naso note di Orne e Sam Gopal, terziari dance, occult metal, italian prog, alternative rock”. Vi sembra un miscuglio? Lo è! Ma è un miscuglio geniale. Davvero, vi garantisco che è maledettamente geniale! Però non basta. Quiz del giorno: cosa potranno mai avere a che fare Steve Sylvester e Tony “Demolition Man” Dolan con… Enrico Ruggeri? Semplice, li troverete in “ Something Weird”! 
    Questi pazzi dei Mugshots (che sono in giro da quindici anni) sono riusciti ad attirare una gamma di guests tale da far invidia a progetti come Avantasia e Ayreon! Dodici traccie, dodici capitoli poderosi. “Introitus” -l’intro- in un minuto ed un quarto rinchiude ansia e dramma, groove di basso supremo, poi festa, allegria, trionfo, il tutto convergente verso il psichedelico. Bene. Ed è solo l’inizio, mancano quarantasette minuti abbondanti. “The Circus” sembra scritta da Dave Brock e suonata dai suoi Hawkwind. Epica e trascinante “Rain”, un brano così rock che riesce a sfociare nel dance d’epoca… sembra una reincarnazione moderna e schizoide dei Bee Gees. Freddy Delirio è guest sulla dark-doomy “I am an Eye”, un incrocio tra horror music e riff in stile Iommi, con la direzione prog marcatissima, tanto che ci sento pure i finlandesi Orne. Andrea Calzoni dei Psycho Praxis è l’ospite sulla tetra “An Embalmer’s Lullaby Part. 2”, un brano con una impronta rock/dark wave irresistibile. Inno prog/eighties ai Ramones con “Ophis”, mentre una versione dark metal della voce di Enrico Ruggeri si materializza sulla criptica “Sentymento”. Se le tenebre non fossero ancora sufficienti, allora la stupenda “Scream Again” tinge tutto di nero, di decadenza, di lasciva malvagità: ovviamente nel brano l’oscurità eterna è evocata da personaggi come Steve Sylvester, Freddy Delirio e… Ain Soph Aour dei Necromass con il suo growl selvaggio! Sam Gopal (si, ci suonò Lemmy milioni di anni fa) lo trovate su “Grey Obsession”, brano che ospita Mike Browning (Nocturnus AD), Martin Grice (Delirium) e Matt Malley (Counting Crows), mentre Sua Dannazione Demolition Man offre una performance superba sulla lenta, ipnotica e riflessiva “Dusk Patrol”. In chiusura “Pain”, melodia pura con Manuel Merigo degli In.Si.Dia. e “Ubique” overo qualcosa si spaziale, di ultra terreno, di astrofisico sulla scia degli Hawkwind incrociati con un dark ambient più moderno.
    Dodici tracce lontane dalle regole, capaci di prendere qualsiasi cosa vi sia passata per le orecchie e frullarlo in una soluzione liofilizzata di energia esplosiva. Geni? Certo, però credo che questi cinque siano completamente pazzi. E questo loro disco è totalmente fuori di testa, tanto che non appartiene ad alcun genere, pur appartenendo a tutti (passati, presenti e futuri). È tutto così assurdo. Tutto così stranamente sbagliato. Però, in verità e sincerità, quando qualcosa è così sbagliato… di solito… mi eccita e mi fa impazzire!
    (Luca Zakk) Voto: 10/10
  • "Something Weird" è la nuova fatica discografica del quintetto di Brescia The Mugshots pubblicato per la Black Widow Records che segue tutta una serie di progetti dislocati tra compilation e Demo, alcuni autoprodotti ed altri sotto label italiane e non. La band propone un genere Alternative Rock dalle sonorità americane vecchio stile calcando un pò artisti di spicco come Alice Cooper, Joy Division, The Misfits, per citarne alcuni con l'abilità di aver aggiustato il tiro regalandoci un sound innovativo alla portata di tutti. Atmosfere ruvide contornate da una serie di contributi elettronici e tastiere rendono il progetto meno cupo e darkeggiante.
    Dodici tracce dalle intenzioni decise, che hanno l'obbiettivo di andare dritto al punto senza troppi complimenti, una linea vocale non sempre presente rende questo nuovo lavoro a tratti strumentale ma mai pesante e noioso. Un sound facile e diretto con spunti melodici "Scream Again", "Grey Obsession" ben assestati. Atmosfere energiche si possono apprezzare su tracce come The Circus, Ophis e altre. In sintesi, "Something Weird" è un cd che scivola bene, frutto di intesa tra i musicisti e buon tecnicismo dei singoli. Una band maturata con il tempo e dalle infinite risorse, a nostro modo di vedere e ascoltare!!
    Voto 75/100
     
  • Fra i top dell’annata rock, il nuovo album della horror band bresciana mescola il dark punk degli Stranglers alle influenze hard di Alice Cooper e Blue Öyster Cult, con ospiti da Venom, Counting Crows, Death SS fino a… Enrico Ruggeri e Delirium!
     
    Ruggeri“Televisione, radio, giornali e riviste / vi siete coalizzati per distruggere le menti…”. Ve lo ricordate il giovanissimo Ruggeri platinato che gridava “Che bello, è il lavaggio del cervello” coi suoi Decibel nel ’78? Già, erano gli anni caldi del punk e persino il cantautore milanese stava nell’infernal calderone. Dev’essersene ricordato anche lui di quei wild years, al sommo di una carriera da cantautore mainstream, scrittore, poeta, autore e conduttore televisivo, per aver accettato di prestare la sua (peraltro inconfondibile) grinta vocale a un brano del nuovo album di una band bresciana che urla ancora quell’idioma, ad anni luce di distanza nel tempo e (presumiamo noi) nel mondo di riferimento del Ruggeri attuale. Eppure l’impossibile è accaduto, e il brano (Sentymento, pare che mentre scriviamo il gruppo ne stia girando il video clip promozionale) è anche molto efficace e furioso, per gli standard del Ruggeri maturo. 
    Il quale – grande fan del gruppo bresciano, ci dicono – sul nuovo album dei Mugshots si trova in folta quanto minacciosa compagnia: Steve Sylvester (voce) e Freddy Delirio (tastiere e produttore del disco, nella foto a lato) dei Death SS, Matt Malley (bassista fondatore dei Counting Crows), Tony “Demolition Man” Dolan (bassista dei Venom), qui vocalist in un recitativo dello strumentale Dusk Patrol, Mike Browning (batterista dei death metaller Nocturnus AD, qui al theremin oltre che ai tamburi), insieme ad altri metallari nostrani, come  Ain Soph Aour (dei Necromass), Manuel Merigo (chitarrista dei compaesani In.Si.Dia), Andrea Calzoni (dei pure bresciani Psycho Praxis, hard prog sempre di casa Black Widow), che pennella del suo flauto An embalmer’s Lullaby Part. 2. Per finire con un vero decano della scena prog italiana: Martin Frederick Grice, dal ’72 flautista dei Delirium (in cui mosse i primi passi il giovane Ivano Fossati), che qui contribuisce a Grey Obsession, uno dei brani più originali del disco, con quel suo andamento psichedelico-orientaleggiante servito, oltre che dal flauto di Grice, dal basso di Malley e dal theremin (più percussioni) di Browning. Il quale ne parla (in questo clip di presentazione dell'album) come di un ritorno alle atmosfere di Planet Caravan dei Black Sabbath (io avrei citato una Miss Argentina di Iggy Pop, dal sottovalutato Avenue B, colle sue esotiche tablas), ma insomma l’effetto di distacco da un cliché sonoro quello è.
     
    Perché probabilmente Grey Obsession è anche il brano che si distacca più palesemente dal classico Mugshots sound: quelle radici horror punk/metal, ben piantate nella passionaccia del cantante/tastierista Mickey E. Vil e compagni per Alice Cooper (di cui nel precedente mini Love Lust And Revenge, prodotto da Dick Wagner, compianto chitarrista di Mr Bad Guy (e poi di Lou Reed), rivitalizzavano Pass The Gun Around, brano di Da Da, uno degli album degli ’80 meno amati dai fan dello shock rocker di Detroit. Radici che potrebbero ben spiegare il mazzo di ospiti da varie stagioni del rock duro italiano ed internazionale, ma che i Mugshots filtrano con un’eguale devozione agli Stranglers (con cui hanno anche suonato da supporter in tour), una delle band che ha arricchito la dark wave inglese tra fine ’70 e primi anni ’80 grazie ad una tecnica strumentale raffinata (quell’organo doorsiano di Dave Greenfield), “quasi prog” rispetto alla rozzezza dei tre accordi dell’epoca.
     
    “I feel it inside / There’s no need to hide…” (*)
    Una componente, quella dell’hard rock progressivo anni ’70, marchio di fabbrica dell’etichetta Black Widow che pubblica il disco, verso cui la band è stata guidata ad ampliare la propria tavolozza proprio dal guru di quest’ultima, Max Gasperini, il quale ha avuto il merito d’intuire che le notevoli doti compositive del cantante Mickey potevano esprimersi al meglio aprendosi verso forme sonore più ariose e complesse dello spettro sonoro che appunto va da Alice Cooper a Misfits/Danzig e Ripper. E che infatti ci aveva preannunziato circa un anno fa l’album ancora in gestazione dei Mugshots come un ardito ponte Stranglers/Blue Öyster Cult: due ere, due mondi che si saldano nell’evoluzione di un suono che li metabolizza per spingersi oltre.
     
    Aveva visto giusto: checché noi fan tendiamo a seguire le correnti che ci insegnano a distinguere (Iggy è il pre-punk, Alice Cooper e Blue Öyster Cult sono hard, Stranglers e Misfits punk/wave), i grandi hanno sempre mescolato le carte. Come già si rievocava in un nostro passato articolo, teniamo a mente che Lou Reed fece suonare in Berlin i chitarristi Wagner e Hunter ma anche i fiatisti jazz Brecker, il bassista dei Cream Jack Bruce e il tastierista dei Traffic Stevie Winwood, col batterista zappiano Aynsley Dunbar e il bassista Tony Levin, futuro crimsoniano. Eppure Berlin è il disco in cui si dice che Reed abbia ritrovato le atmosfere dei Velvet. Così come Iggy si è evoluto cantando con l’amico Bowie, che per esempio su Soldier lo affianca insieme ad Ivan Kral (Patti Smith Group), Glen Matlock (Sex Pistols), Barry Andrews (Xtc) e… ai Simple Minds! Eppure lui è sempre Iggy, evolve - oltre il punk e il metal - fino ad ospitare Medeski, Martin & Wood (sul citato Avenue B) e rimane se stesso con Josh Homme (nell’ultimo, sempre valido Post Pop Depression).
     
    Quindi, se siete arrivati fino in fondo al torrenziale excursus, non chiedete “per chi suonano le campane” (a morto) dei Mugshots: come direbbe Hemingway, esse suonano per voi, cioè per dar forma al rock del 2016, di cui Something Weird (che esce in cd e vinile con la copertina fumettistica che vedete in apertura, disegnata dall’horror-comic-rocker Enzo-HeavyBone-Rizzi, del quale qui a lato contemplate una sobria tavola) è sicuramente uno dei dischi da top 10 playlist. Un album svelto e compatto (poco meno di 49’) quanto policromo, in cui i molti ospiti arricchiscono senza strabordare, mostrando di saper uscire anche dai propri cliché. Ma, soprattutto, un album che condensa tutte le sfumature fin qui sviscerate in 12 brani energici, che si fanno ascoltare con piacere “pop” al di là di ogni categoria stilistica prog-metal-punk-wave, come testimonia (da un punto di vista tutto personale) il superamento dello spartano “test-d’ascolto-figlia-18enne-non-metallara”, al cui confronto impallidisce anche il Voight-Kampff test per stanare i replicanti di Blade Runner!
     
    Speriamo che se ne accorgano anche fuor d’Italia, questo è un disco che potrebbe girare bene a livello internazionale. Per gli horroristi navigati (italiani o non), si consiglia l'ascolto insieme alla lettura dell'antologia Il Cimitero dei Vivi di Poppy Z. Brite (Independent Legions)
     
    Mario G
     
    (*) versi da Sentymento, testo di Mickey E. Vil
  • I The Mugshots ritornano sulle scene, forti stavolta della quindicesima candelina spenta nel segno del loro nome. Ne avevamo parlato già ai tempi del breve ma chiaro Love, Lust And Revenge a questa pagina e adesso siamo di fronte ad un album completo non solo per numero di tracce ma per menti e partecipazioni esterne (Steve Sylvester, Ain Soph Aour, Enrico Ruggeri solo per citarne alcuni). Eliminiamo subito i dubbi per chi si avvicina ai The Mugshots per la prima volta: non siete dinanzi ad una band metal, i Nostri preferiscono il rock seppur imbottito da ambivalenti sfumature, puntano sulla teatralità e sulle ambientazioni, su tastiere ed effetti che però, dobbiamo ammetterlo, non tolgono mai spazio alla componente elettrica. Abbiamo parlato di teatralità e come non citare Alice Cooper, non solo per la presenza qui del produttore Dick Wagner storico chitarrista di Cooper, ma proprio per l’intenzione di rendere la musica un recital, un’espressione disegnata per un palco e una rappresentazione artistica che vada oltre il solito contenuto audio.
     
    Anche il termine rock sfuma, e non è solo a causa delle sfumature dance di Rain o degli effetti che compaiono in diversi momenti (affascinante in questo Ubique), crediamo che sia proprio il concetto di songwriting dei The Mugshots ad essere legato ad un’espressione da musical in cui già il degno Alice ha detto tantissimo. Ci arrivano colpi dritti come la strumentale Ophis che attinge prima dal punk rock, poi dalla new wave, o anche l’horror rock di Scream Again, ma pezzi come Sentymento, Grey Obsession o la pinkfloidiana (e bellissima) Pain non celano l’intento di scrivere musica per pochi. Difficile apprezzare al primo colpo i The Mugshots, vanno ascoltati più volte e carpita l’essenza di ciascuna traccia, l’espressione artistica che è stata iniettata nel singolo brano senza dover cercare quel riff o quel chorus a rischio di rimanere delusi. Un album da studiare e da ascoltare con la dovuta calma.
  • The Mugshots sono italiani, ma si formano a New York City nel 2001, durante una visita alla città. Il loro nome è stato ispirato dall'album DaDa del 1983, di Alice Cooper.
    "Something Weird" è il quarto album di The Mugshots, band che suona musica che parte dal rock per sconfinare verso il post punk, la new wave e il rock duro.
    Dalla copertina di Enzo Rizzi si evince l'amore per i fumetti, dai testi traspare la passione per l'horror e le musiche oscure. Daltronde l'etichetta "Black Widow Records" è un segno distintivo.
     
    Molti gli ospiti, tra cui vorrei citare Enrico Riggeri che canta sulla convincente "Sentymento" e Steve Sylvester dei Death SS che canta su "Scream Again". Gli altri ospiti li potete leggere nelle note.
    L'intro "Introitus" mi ha ricordato gli Stranglers: il loro connubio tra chitarra e tastiere, è il carattere distintivo della band, ed è presente in quasi tutti i brani. Un po' fuori dal contesto "Grey obsession", psichedelica ed introspettiva, nel suo ritmo rallentato e rarefatto.
    Interessante l'idea di diversificare le voci con l'utilizzo di diversi cantanti e filtri sulla voce.
    "Something weird" è un lavoro interessante per gli appassionati del genere rock con connotazioni post punk, accenni prog e memorie wave.
     
    Il cd ha la classica confezione jewel box di plastica, con un libretto interno di 16 pagina dove sono presenti i testi dei brani. Bella la copertina e il retrocopertina.
  • I Mugshots, in circolazione dal 2001, fondono in maniera sorprendente hard rock, progressive, dark wave inglese e doom, con ambientazioni horror degne di certa fantascienza americana d’annata. Il loro è un vero sincretismo musicale, con influenze ed ispirazioni varie, che scorrono liberamente fra le dodici tracce di Something Weird, senza mai fossilizzarsi in un’unica direzione stilistica. Sfuggire alle definizioni pare essere la regola del gruppo, sorto, del resto, come incrocio tra lo shock rock di Alice Cooper e il punk sofisticato e barocco degli Stranglers. I Am an Eye è un omaggio a Philip K. Dick: un gothic metal cadenzato e molto romantico, con atmosfere di synth che possono ricordare i Paradise Lost. Rain e Dusk Patrol – quest’ultima vede ospite Demolition Man dei Venom – sono più orientate sullo space rock, di marca Hawkwind, mentre Sentymento si segnala per la crepuscolarità del suo pathos melodico. Scream Again, con Steve Sylvester alla voce, ci riporta su lidi più occult-metal, sempre all’insegna di una grande qualità musicale e con sapori affascinanti quanto compositi. Grey Obsession, con il suo flauto in bella mostra, è invece una sorta di inno onirico. Domina, quasi ovunque, la componente teatrale: gli scenari musicali mutano di continuo forma, le aree stilistiche attraversate sono molteplici, l’opera dei Mugshots è variegata e multiforme. Il risultato finale mostra così un’attitudine libera, accattivante e fresca: è qualcosa di fantasioso e di fuori dai canoni abituali, eppure ancorato alla tradizione. Impressionante, poi, è il numero degli ospiti coinvolti: cito soltanto, oltre a Demolition Man e al leader dei Death SS, Martin Grice, Enrico Ruggeri e Freddy Delirio alle tastiere, il cui apporto è importantissimo per la riuscita finale di questo eccellente lavoro.

  • Attivi da circa quindici anni, i Mugshots tornano con la Black Widow Records e con “Something Weird”, nuovo ed ottimo album molto interessante e da scoprire brano dopo brano e ascolto dopo ascolto. Nel sound di questo nuovo lavoro della band, ci sono varie sfumature musicali, c’è l’hard rock, il metal, il rock progressivo, il doom e il dark e anche molta teatralità, ma non solo ci sono una serie di ospiti illustri che vanno da impreziosire i vari brani e parlo di Freddy Delirio, di Steve Sylvester, di Andrea Calzoni, di Martin Grice, di Enrico Ruggeri e tanti altri. “Introitus” è un breve strumentale molto progressivo e “The Circus” è hard rock molto teatrale e non può non venire in mente l’Alice Cooper degli anni settanta e a seguire c’è “Rain”, che sembra proseguire il tema musicale del precedente brano, ma ci sono più tastiere e influenze di rock progressivo. A seguire c’è “I Am An Eye”, ottimo brano di doom metal venato di prog e in “An Embalmer’s Lullaby Part Two” aumentano le atmosfere progressive. 
     
     
    Ci sono altri ottimi brani come “Ophis”, ottimo strumentale tra hard rock e heavy metal e caratterizzato da duri riff di chitarra e ancora come “Sentymento”, brano che stavolta ha una sola parola per definirlo, ROCK. Vanno menzionati anche gli altri brani come “Scream Again”, psichedelico e gotico, con voce femminile e piacevoli tastiere e come “Grey Obsession”, dove rimane la psicadelia ma si aggiunge un flauto ed un po’ di musica mediorientale. La parola progressive assume sempre più significato nei successivi brani, “Dusk Patrol” è molto atmosferico, “Pain” è completo, progressive, hard rock, melodie avvolgenti, un gran bel guitar solo ed un cantato molto melodico e “Ubique” è un bellissimo strumentale tra rock progressivo e space rock. Bello, impegnativo, avvolgente, curioso e ricco di fantasia, tutto questo è “Something Weird”.
  • Progetto davvero curioso e coinvolgente questo degli italiani Mugshots pubblicati dalla sempre attenta Black Widow: la loro musica ci viene presentata sotto l’etichetta “Theatrical Rock Music”. Ascoltando il disco non si può a fare meno di notare che questa definizione non sia in effetti fuori luogo. In realtà già il titolo del’album Something Weird ben introduce le atmosfere che andremo ad ascoltare: “weird”, nel senso di bizzarro, strano e coinvolgente è il termine che ritengo piu’ calzante per etichettare la musica dei Mugshots.

    Sicuramente ci sento l’energia del punk dei Ramones e dei Gun Club e del vecchio garage-punk dei ’60. Ma, in realtà, la musica è all’insegna dell’eclettismo piu’ sfrenato e possiamo così ascoltare ambientazioni space-rock, prog e gothic-rock senza che venga mai meno la coesione. Molto sorprendente è poi la presenza degli ospiti: troviamo infatti personaggi carismatici come Steve Sylvester, Tony ‘Demolition Man’ Dolan, Freddy Delirio assieme ad Enrico Ruggeri! Il celebre cantante presta la sua voce in “Sentymento”, una traccia molto gothic-metal.

    Altrove le atmosfere sono meno oscure e si avviciano alla psichedelia come nela travolgente “The Circus”. Le onnipresenti tastiere riescono a dare un tocco prog anche in pezzi decisamente rock e tirati come “Rain” e l’orrorifica “I Am An Eye”, caratterizzata dalla tastiere maquiloquenti e oscure di Freddy Delirio. Da segnalare anche la tiratissima “Ophis”, suonata solco del punk piu’ energico ma inframmezzata da momenti piu’ pacati e d’atmosfera vicini al prog. Nel complesso Something Weird si rivela un ottimo disco, molto coinvolgente che mi sento di consigliare caldamente agli amanti del  del gothic-rock, del dark e della psichedelia.

  • Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione. Questa la frase celebre di un noto fil della commedia italiana, ovvero Amici Miei di Mario Monicelli. Ma è una frase se pur semplice, talmente forte, che sintetizza in modo perfetto la musica dei The Mugshots, un gruppo ormai ben affermato che già con Love, Lust And Revenge aveva mostrato tracce di genio e talento puro. Something Weird ha però qualcosa in più. I The Mugshots mostrano una preparazione tecnica fuori dal comune, aspetto che influisce nel loro progressive rock riconducibile per certi versi ai Marillion o ai Genesis della Gabriel era, con palpabile tracce di horror rock, dove è nei Death SS la matrice di riferimento, non a caso in Stream Again figura come guest un certo Steve Sylvester. 
     
    E' infatti cosa di non poco conto la presenza di tanti e diversi ospiti in questo album. Freddy Delirio, Andrea Calzoni, Manuel Merigo, Tony Dolan, sono tutti musicisti di grosso calibro, ma quello che colpisce maggiormente è in assoluto Enrico Ruggeri, che con la sua voce rende unico Sentymento, facendo tornare alla mente quell'artista che nei Decibel iniziava a mettersi in gioco, con occhiali scuri e voce di velluto. Il crepuscolare Introitus, introduce The Circus, una via di mezzo tra la fine degli anni settanta e la nuova sperimentazione, con grandi riff di chitarra e melodie attrattive, oltre ad un gran ritornello che ti fa staccare dalla sedia per seguire il ritmo del brano. La medesima atmosfera regna sovrana anche in Rain, che nasconde anche una sottile malinconia, fusa con la voglia dei The Mugshots di sperimentare e provare nuove soluzioni.
     
    I Am An Eye incute timore, paura, riflessione e tracce di sofferenza. Un pezzo dai connotati horror dove fa da padrone la presenza di un ospite di spessore come Freddy Delirio che esplode in trame di prog anni settanta nel suo percorso. An Embalsemer Lullaby Pt.2 per certi aspetti può sembrare un tributo casuale ai The Cure e spiazza tra momenti di puro rock ad altri straordinariamente poetici. Il copione però muta in Ophis componimento più duro e colmo di grandi riff. Si aprono a seguire le porte di Sentymento probabilmente il momento più alto del disco grazie ad un estatico incrocio di voci e chitarre. Altro momento stupefacente di grande spessore è Scream Again, un brano di sano heavy metal dove spicca la prestazione di un Steve Sylvester in gran spolvero. Nella parte finale di Something Weird si riscoprono le tradizioni del progressive rock con Grey Obsession, canzone dall'atmosfera orientale, che vede le apparizioni di Matt Malley, Martin Grice e Mike Browing. Momenti di pura passione giungono con Dusk Patrol, ottima nella sua struttura e nell'arrangiamento ed impreziosita da un grande Tony Dolan, poi è il momento di Pain, uno dei momenti più accessibili ed anche orecchiabili, dove calza a pennello Manuel Merigo come ospite. La voglia di sperimentare e di innovare, sono caratteristiche che rendono unico il sound dei The Mugshot, che chiudono questa opera d'arte con Ubique, ben suonata e coinvolgente nel proprio insieme. Something Weird è prodotto valido, che mostra una band dotata di grande personalità e pronta per spiccare il grande salto anche a livello internazionale.
  • I'm wary of anything willing to describe itself as weird. Surely that's a title that should be bestowed upon you, rather than being self anointed? However with Italy's The Mugshots using their latest album, Something Weird, as a way to celebrate their fifteenth year together, we can only hope their longevity will ensure they know what they're talking about.
     
    You'll never be able to accuse these guys of playing it safe, or for lacking diversity, but then neither would you call them wild and wacky for the sake of it. That however doesn't stop some elements of Something Weird verging on quirky, while some could be described as plainly lacking focus. To be fair, why should this lot conform? If you want goth rock, it's here. If you fancy some 80s synth, then you can have that too. Pop? Punk? Rock? Kitchen sink? Yes, let's throw all of them in there and see what happens. In the event, what does occur is that "I Am An Eye" sounds like REM jamming with Type O Negative and "Ophis" comes across as though Rob Zombie had the blood sucked from his mojo by a Jean Michel Jarre synth soundtrack. Whereas "Grey Obsession" feels like a piss-take of George Harrison at his most mystical, while "Dusk Patrol" would appear to be a mean, moody introduction to some horror-fantasy concept piece that simply never arrives. In all their bouncy 'fun', the songs actually deal with the world and how, well, horrible it is. Topics such as the greyness of life or the over population of the planet, covered… Maybe weird ain't such a bad way to convey what's going on here after all.
     
    With the anniversary in mind, a plethora of guests are invited to the party, members of Death SS, Delirium, Necromass and Counting Crows, amongst others, involved, and while I don't want to pop the band's party balloon, maybe it's this type of scattergun approach that ultimately scuppers their album's chance of sounding like much more than a good bit of knockabout fun. Which, of course, there's nothing wrong with. We all deserve some fun, but personally I like mine to be a little more inclusive than that presented here, the overall feeling being that The Mugshots are happy to look at their own smiling faces and not worry too much if anyone else is coming along for the ride.
  • Tornano i The Mugshots di Mickey E.Vil e lo fanno nel modo più spettacolare possibile, ossia con un disco pieno zeppo di ospiti dal pedigree indiscutibile. Parliamo di una lista quasi interminabile: Matt Malley (Counting Crows), Tony “Demolition Man” Dolan (Venom, Venom Inc., Atomkraft), Mike Browning (Nocturnus AD), Steve Sylvester (Death SS), Freddy Delirio (Death SS, H.A.R.EM.), Martin Grice (Delirium), Manuel Merigo (In.Si.Dia), Ain Soph Aour (Necromass), Andrea Calzoni (Psycho Praxis) ed Enrico Ruggeri. “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, questa pare la filosofia alla base di “Something Weird”, quarto tassello discografico del gruppo, quello che avrebbe dovuto garantire, almeno nelle intenzioni, il definitivo salto di qualità. A mio avviso, però, il disco pur essendo piacevole all’ascolto e abbastanza originale nel suo mixare influenze, non riesce a convincere in pieno. Lo sento, lo canticchio, però appena terminato lo rimetto subito nella mia discoteca accanto al suo predecessore. Alla formula teatrale su cui si basa il songwriting dei nostri manca qualcosa, c’è sempre una sensazione di leggerezza e fragilità trasmessa dei brani. Buone canzoni non mancano, come per esempio ‘I Am An Eye’, ruffiana, accattivante, ripetitiva e allucinante come le gemme più psichedeliche che la Zia Alice inseriva nei propri dischi dei 70. ‘Rain’ si fa apprezzare, così l’oscura ‘Ophis’, però l’intenzione della band di generare quell’orrore pulp (non nel senso post-tarantiniano, ma in quello originale di rivista popolare) da Creepshow non viene quasi mai raggiunto. Ed è un peccato, perché alla fine i The Mugshots nel loro stile panta-horririfico hanno scelto di intraprendere un cammino che ha pochi uguali, perché se i riferimenti stilistici sono i Death SS di ‘Humanomalies’, Rob Zombie, Alice Cooper e lo Scoobi-Doo metal dei Ghost (e perché no, qualche colonna sonora anni 80), Mickey E.Vil li cuce in modo tutto suo e strampalato, ottenendo qualcosa di nuovo ed eterogeneo. Però, come dicevo prima, nonostante i grossi sforzi profusi, manca ancora qualcosa per farci gridare al miracolo. Disco sufficiente, anzi qualcosina in più, ma non di certo quello della consacrazione.

  • Quando un disco è estremamente eterogeneo mette in difficoltà chi ne deve scrivere. Parliamoci chiaramente: prima di tutto è difficilissimo che un disco che pesca a piene mani da molteplici generi mantenga una qualità elevata e omogenea, e secondariamente mette praticamente il redattore di turno con le spalle al muro. Come parlarne se non con un (noiosissimo) track by track? Ho la fortuna di collaborare con devi veri pesi massimi del giornalismo italiano e quindi da buon “apprendista” sono subito corso da una di queste colonne (quanti giornalisti metal italiani si possono ad oggi, considerare “storici”? Quattro? Cinque?) che mi ha consigliato di essere “creativo”. Lo deluderò, perché questo disco mi ha così confuso da inibire ogni mia fantasia, tanto sono dovuto restare concentrato sui continui salti stilistici che questi The Mugshots compiono tra i solchi digitali di questo CD intitolato ‘Something Weird’. E gli ospiti presenti in questo lavoro? Lasciamo perdere: un party di musicisti provenienti dalle più disparate realtà musicali. Insomma ci facciamo coraggio e proviamo a spiegarvi qualcosa di questo disco?

     

    Prodotti da Freddy Delirio (Death SS) i Nostri hanno come unico comune denominatore una certa musicale teatralità, sopratutto nel cantato particolare di Mickey E. Vil, sempre a cavallo tra un approccio punk e un cantato personalissimo che in più frangenti ricorda una sorta di ibrido tra Alice Cooper e l’altrettanto iconico Steve Sylvester. Per il resto che dire? Il… “resto”? Il resto è tutto e l’opposto di tutto: una ‘The Circus’ che ricorda i The Clash, ‘Rain’ che non può portarci alla mente che un certo sound dark ottantiano influenzato dal POP da classifica. Freddy Delirio presta i suoi tasti d’avorio per la terza traccia intitolata ‘I Am An Eye ‘, pure horror-prog, con il singer che “arrotonda” maggiormente la propria voce, rendendola maggiormente calda e profonda. Qui c’è di tutto, doom settantiano e dark metal, dark rock e un pizzico di progressive nell’ instancabile tappeto tastieristico di Freddy. Per quanto mi riguarda la palma come miglior pezzo del lotto è la bellissima ‘Sentymento’, canzone che ospita il mitico Enrico Ruggeri e che è uno splendido connubio tra i Decibel di ‘Contessa’ e il rock all’avanguardia di band come i Bluvertigo più sperimentali e “spaziali”. Come si prosegue? Con Steve Sylvester, Manuel Merigo degli In.Si.Dia, Mike Browning dei Nocturnus, Tony Dolan dei Venom Inc. e molti, moltissimi altri. La cosa ulteriormente spiazzante è che la band non usa poi in modo scontato tutti questi personaggi: è vero che ognuno di loro fa quello che sa fare meglio, ma calato in un contesto spesso spiazzante. Ecco che se allora (ad esempio) sperate di sentire sonorità progressive death nel pezzo che vede la partecipazione di Browning… bhe… resterete delusi, visto che il brano intitolato ‘Grey Obsession’ sembra estrapolato da quel capolavoro che risponde al nome di ‘Viaggio Senza Vento’ (Timoria, PolyGram, 1993).

    Come avrete capito “eterogeneità” qui è la parola dominante ma… la qualità? Non possiamo scrivere che la qualità sia alta e costante, con alcuni brani che non ci hanno convinto (quando la band si lascia andare alle proprie influenze punky e “caciarone”) e altre che invece – a detta di chi vi scrive – andrebbero esplorate e approfondite. Il flavour dark rock, con quelle fughe strumentali auliche e l’approccio vocale istintivo e caratterizzante sono ciò che ho apprezzato di più, con quelle montagne russe musical temporali che ci portano avanti e indietro nel tempo. Che dire ancora? Nella mia mente malata vedo la band cantare in italiano e proporre finalmente un qualcosa di nuovo e unico nel panorama tricolore. Ma forse sto esagerando nell’essere “creativo”.

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