Album Reviews: Something Weird

  • I'm wary of anything willing to describe itself as weird. Surely that's a title that should be bestowed upon you, rather than being self anointed? However with Italy's The Mugshots using their latest album, Something Weird, as a way to celebrate their fifteenth year together, we can only hope their longevity will ensure they know what they're talking about.
     
    You'll never be able to accuse these guys of playing it safe, or for lacking diversity, but then neither would you call them wild and wacky for the sake of it. That however doesn't stop some elements of Something Weird verging on quirky, while some could be described as plainly lacking focus. To be fair, why should this lot conform? If you want goth rock, it's here. If you fancy some 80s synth, then you can have that too. Pop? Punk? Rock? Kitchen sink? Yes, let's throw all of them in there and see what happens. In the event, what does occur is that "I Am An Eye" sounds like REM jamming with Type O Negative and "Ophis" comes across as though Rob Zombie had the blood sucked from his mojo by a Jean Michel Jarre synth soundtrack. Whereas "Grey Obsession" feels like a piss-take of George Harrison at his most mystical, while "Dusk Patrol" would appear to be a mean, moody introduction to some horror-fantasy concept piece that simply never arrives. In all their bouncy 'fun', the songs actually deal with the world and how, well, horrible it is. Topics such as the greyness of life or the over population of the planet, covered… Maybe weird ain't such a bad way to convey what's going on here after all.
     
    With the anniversary in mind, a plethora of guests are invited to the party, members of Death SS, Delirium, Necromass and Counting Crows, amongst others, involved, and while I don't want to pop the band's party balloon, maybe it's this type of scattergun approach that ultimately scuppers their album's chance of sounding like much more than a good bit of knockabout fun. Which, of course, there's nothing wrong with. We all deserve some fun, but personally I like mine to be a little more inclusive than that presented here, the overall feeling being that The Mugshots are happy to look at their own smiling faces and not worry too much if anyone else is coming along for the ride.
  • Come la creatura che il dottor Frankenstein assemblò con parti rubate a vari cadaveri, anche la musica dei The Mugshots del cantante Mickey Evil si può sicuramente considerare un mostro musicale, composto da svariati spunti stilistici solo in teoria lontani fra loro, ma perfettamente bilanciati e fatti convivere su questa che ha tutti i crismi dell’opera rock, il cui titolo è Something Weird.
     
    Ed all’ascolto dell’album la mia mente ha immagina personaggi bizzarri, come in un luna park di creature da freak show, mentre il sound si trasforma, modellato dai vari generi che si scambiano o prendono il sopravvento ad ogni brano, formando (questa è la mia impressione) una colonna sonora per un horror show decadente.
    I The Mugshots sono in giro da un po’ di anni, provengono da Brescia ed hanno creato qualcosa di unico, valorizzato da una lista di ospiti eccellenti come Matt Malley (Counting Crows,) Tony Dolan (Venom Inc., Atomkraft), Mike Browning (Nocturnus AD), Steve Sylvester (Death SS), Freddy Delirio (Death SS, H.A.R.E.M.), Martin Grice (Delirium), Manuel Merigo (In.Si.Dia), Ain Soph Aour (Necromass), Andrea Calzoni (Psycho Praxis) ed Enrico Ruggeri.
    Prodotta da Freddie Delirio, la musica racchiusa in questo entusiasmante lavoro è qualcosa di unico, bizzarro (come ci ricorda il titolo), perfettamente incastonato in un contesto che, come detto, può essere definito opera rock.
     
    Theatrical Rock Music è l’etichetta coniata per rappresentare al meglio un sound che ci delizia di glam rock, per volare in tutta fretta nello spazio in una jam tra Marc Bolan e gli Hawkwind, ed atterrare poi in un cimitero e tra le tombe trasformarsi in gothic, dark rock e steampunk; ovviamente non manca neppure una componente metal, quella classica e teatrale di Death SS e Alice Cooper, intrise di atmosfere horror da film di serie b, brividi in bianco e nero, da molti ormai dimenticati.
    Gli ospiti sono quel tocco in più per rendere il tutto spettacolare nella sua attitudine underground, con addirittura Enrico Ruggeri che dà il suo apporto alla traccia gothic metal Sentymento.
    Non c’è un solo brano che non sia pervaso da un approccio originale, teatrale e io aggiungerei da musical, specialmente nei brani dove la parte dark gotica lascia spazio al glam/space/punk /rock di The Circus e Rain, mentre la creatura musicale rappezzata da lunghe e profonde cicatrici che tengono insieme i pezzi si rivitalizza con scosse di elettrico rock/metal, piazzando una serie di brani capolavoro come I Am Eye, Scream Again e Pain, con le sue le melodie dark rock.
     
    Un album che si rivela una continua sorpresa anche dopo ripetuti ascolti, un’esperienza musicale che ha tutti i crismi del lavoro di livello superiore, da avere e custodire gelosamente.
  • Theatrical rock from Italy, yet you don't know at all what awaits you. Italians are known for offering a lot of particular stuff, so this is quite ordinary rock. I get a little feeling of the old British punk bands who moved over to play rock and new wave when the 80's came. Then throw in a little circus tune on keyboards, blend well and label it under the name The Mugshots. Very refined, because we can hear some hints of variations. Songs like "I Am An Eye" and ending "Ubique" are cool doom songs, the latter is very evocative. Beyond that there is a lot of music entering in one ear and going out from the other. As a curiosity, I can mention guests as Freddy Delirio and Steve Sylvester from Death SS, Mike Browning from Nocturnus AD and Demolition Man from Venom Inc, yet no one of these guests manage to let this album take off.
     

     

  • A distanza di tre anni i The Mugshots rilasciano il loro nuovo album, Something Weirdancora una volta per la Black Widow Records.
    L’album costituisce una svolta legata alla maturità musicale della band, sintetizzata dal pieno possesso degli aspetti compositivi, influenzati precedentemente - e positivamente - dall’opera diDick Wagner.
    L’attore principe è il leader della band Mickey E.Vil, coadiuvato dai suoi naturali compagni di viaggio e dall’alchimista Freddy Delirio che, oltre al contributo tastieristico, si è occupato con pieno successo della produzione.
     

     
    Sono dodici i brani che compongono un disco costituito da liriche di peso, dove l’argomento “morte” emerge ad ogni angolo, trattato come rappresentazione del quotidiano con la voglia di entrare nelle pieghe utilizzando un taglio psicologico, mischiando la didattica alla voglia/necessità di esorcizzazione. A fare da complemento e da cornice agli aspetti concettuali troviamo un sound variegato, che segue gli amori e le esigenze musicali della band, e che contribuisce a realizzare scenari distopici che si trasformano in singoli movie, brano dopo brano.
    Se è consolidata l’idea che all’interno della sfera progressiva sia possibile trovare ogni tipo di sonorità e la libertà sia elemento imprescindibile, si può anche affermare che, in questo caso, il “noire” che salta fuori nel susseguirsi degli episodi abbia delle precise connotazioni metalliche, ed emerga fortemente il concetto di “punk”, non tanto per l’assonanza musicale ad un genere passato, ma per l’idea di rottura degli schemi, di cambiamento, di tentativo di trovare una via del tutto nuova, rimanendo all’interno dell’ortodossia.
    Gli aspetti teatrali, gli ipotetici commenti da movie e l’efficacia dell’artwork, sono il pane quotidiano di questa giovane e sorprendente band che lascia largo spazio all’interazione tra visual e atmosfere, come è testimoniato nel video a seguire.
    La strada intrapresa richiede coraggio, ma credo che la soddisfazione principale per chi fa musica propria sia la creazione di un’identità precisa, una riconoscibilità che significa distinzione e quindi originalità.
  • "Qualcosa di bizzarro" è un titolo azzeccato. Sono bizzarri i nomi dei musicisti, è bizzarro l'artwork ed è abbastanza bizzarra la musica, anche se agli ascoltatori appena più smaliziati non causerà troppe difficoltà. I Mugshots sono musicisti italiani celati dietro identità di fantasia (Mickey E. Vil, Eric Stayn, EyeVan, Gyorg II, Priest), autori di un disco fantasioso e dotato di una precisa identità con riferimenti vari e non scontati che spaziano dal punk all'hard rock, alla new wave e al progressive (anche se in maniera piuttosto collaterale). Durante l'ascolto mi è parso di cogliere echi evidenti di Black Sabbath, Hawkwind, Motorhead e persino Rush. Un'atmosfera da horror rock aleggia nei brani, e non a caso l'album è prodotto da Freddy Delirio-Federico Pedichini, tastierista dei Death SS.

    Di che tipo di album si tratta lo si capisce dopo il breve strumentale introduttivo, che ha il compito di preparare la strada a due brani serrati che si succedono senza respiro né soluzione di continuità. "The circus" e "Rain" sintetizzano in poco meno di dieci minuti una dichiarazione d'amore verso i ritmi ossessivi della batteria, del basso e delle chitarre elettriche, lanciati a testa bassa a spianare la strada, con Hawkwind, punk e psych-rock principali ispiratori e le tastiere ad arricchire con linee melodiche e sequenze gli arrangiamenti. "I am an eye", con ospite alle tastiere Freddy Delirio, ha un inizio cadenzato che sottolinea le atmosfere orrorifiche prodotte dall'organo e dai suoni di campane ma cambia a metà svolgimento per lanciarsi in una cavalcata hard rock. Ci sono poi alcuni brani costruiti in maniera più semplice, basati sul groove costruito dalla sezione ritmica su cui la chitarra tesse riff e accordi per creare una sorta di muro sonoro su cui fa sempre breccia uno stacco o un rallentamento in cui qualche arpeggio o una linea melodica suonata dal synth spezzano la tensione. È il caso di "An embalmer's lullaby part two" e di "Sentymento", notevole anche per la presenza come ospite alla voce del cantautore Enrico Ruggeri. "Ophis" è un tiratissimo strumentale che deve molto allo stile dei Motorhead, con un intermezzo melodico e belle colorature create dalle tastiere. "Scream again", con ospiti Freddy Delirio e Steve Sylvester dei Death SS, "Dusk patrol" e "Pain" giocano molto sulle atmosfere dark, tra momenti malinconici e improvvise esplosioni sonore guidate dalla chitarra e dalla voce. Più inconsuete "Grey obsession", nenia hippie immersa nei fumi psichedelici di percussioni, chitarre acustiche ed il flauto di Martin Grice (il basso fretless è invece suonato da Matt Malley, fondatore dei Counting Crows), e la conclusiva "Ubique", altro strumentale guidato dai synth e dalla struttura più rilassata.

    I Mugshots sono in attività da parecchio tempo, e si sente. "Something weird" ha un suono che deriva dell'esperienza e dalla voglia di divertirsi, nonostante le sue atmosfere siano spesso sinistre e ossessive. Mi è parso di avvertire una sorta di umorismo nero trasudare dalle note, che si accompagna bene alla grafica in stile fumettistico disegnata da Enrico Rizzi, noto per aver illustrato, tra l'altro, una storia della musica metal a fumetti. L'album è in sostanza un ottimo esempio di musica scritta per coinvolgere l'ascoltatore grazie al mix di atmosfere che piacerà in maniera trasversale gli estimatori di hard rock, psichedelia, punk, new wave, e progressive. Scusate se è poco!

  • (TRANSLATED FROM JAPANESE)
    The 2016 production of the Italian progressive hard rock group, The Mugshots.
    Dick Wagner, known as the guitar player of Alice Cooper band produced this album, and Freddy Delirio of the legendary Death SS mastered the album. The synthesizers play glittering sound with the hard rock guitar. Overall, fresh rockn’ roll combined with progressive composition are mixed. The lyrics are sung in English, but have the feel of condensed Italian theatrical essence. 
    You feel as if you are watching a funny, playful and crazy circus. The music has a dash of elements of the new wave pops, punk, heavy metal, along with the old days organ rock, and constructiveness of progressive rock. 
    The songs are mostly 4 to 5 minutes long and very compact. Very well composed in detail but there is no difficulty and quite melodious. 
    The album would appeal to all Italian rock fans but also to many hard rock and metal listeners. A well condensed theatrical rock. Many guests such as Martin Grice of Delirium is participating.
     
    Rating: Dramaticness 8, Progressiveness 7, Theatricalness 8: Total score 8
  • (TRANSLATED FROM GREEK)

    Along with mastermind singer Mickey E. Vil, the band from Brescia introduces their new album, particularly aimed at devotees of the grotesque genre. The twelve songs in the album reflect many influences and include members from various musical fields, even if something sounds quite differently than what we expect from a Horror Rock style quintet. This may be due to the friendly and honorary participation of many prominent guests. among these some are recognizable in the Heavy Metal area: Steve Sylvester, Mike Browing, Tony Dolan. Not all the compositions are equally good or flat, just have fun and meet your will to be scared.

  • Quando un disco è estremamente eterogeneo mette in difficoltà chi ne deve scrivere. Parliamoci chiaramente: prima di tutto è difficilissimo che un disco che pesca a piene mani da molteplici generi mantenga una qualità elevata e omogenea, e secondariamente mette praticamente il redattore di turno con le spalle al muro. Come parlarne se non con un (noiosissimo) track by track? Ho la fortuna di collaborare con devi veri pesi massimi del giornalismo italiano e quindi da buon “apprendista” sono subito corso da una di queste colonne (quanti giornalisti metal italiani si possono ad oggi, considerare “storici”? Quattro? Cinque?) che mi ha consigliato di essere “creativo”. Lo deluderò, perché questo disco mi ha così confuso da inibire ogni mia fantasia, tanto sono dovuto restare concentrato sui continui salti stilistici che questi The Mugshots compiono tra i solchi digitali di questo CD intitolato ‘Something Weird’. E gli ospiti presenti in questo lavoro? Lasciamo perdere: un party di musicisti provenienti dalle più disparate realtà musicali. Insomma ci facciamo coraggio e proviamo a spiegarvi qualcosa di questo disco?

     

    Prodotti da Freddy Delirio (Death SS) i Nostri hanno come unico comune denominatore una certa musicale teatralità, sopratutto nel cantato particolare di Mickey E. Vil, sempre a cavallo tra un approccio punk e un cantato personalissimo che in più frangenti ricorda una sorta di ibrido tra Alice Cooper e l’altrettanto iconico Steve Sylvester. Per il resto che dire? Il… “resto”? Il resto è tutto e l’opposto di tutto: una ‘The Circus’ che ricorda i The Clash, ‘Rain’ che non può portarci alla mente che un certo sound dark ottantiano influenzato dal POP da classifica. Freddy Delirio presta i suoi tasti d’avorio per la terza traccia intitolata ‘I Am An Eye ‘, pure horror-prog, con il singer che “arrotonda” maggiormente la propria voce, rendendola maggiormente calda e profonda. Qui c’è di tutto, doom settantiano e dark metal, dark rock e un pizzico di progressive nell’ instancabile tappeto tastieristico di Freddy. Per quanto mi riguarda la palma come miglior pezzo del lotto è la bellissima ‘Sentymento’, canzone che ospita il mitico Enrico Ruggeri e che è uno splendido connubio tra i Decibel di ‘Contessa’ e il rock all’avanguardia di band come i Bluvertigo più sperimentali e “spaziali”. Come si prosegue? Con Steve Sylvester, Manuel Merigo degli In.Si.Dia, Mike Browning dei Nocturnus, Tony Dolan dei Venom Inc. e molti, moltissimi altri. La cosa ulteriormente spiazzante è che la band non usa poi in modo scontato tutti questi personaggi: è vero che ognuno di loro fa quello che sa fare meglio, ma calato in un contesto spesso spiazzante. Ecco che se allora (ad esempio) sperate di sentire sonorità progressive death nel pezzo che vede la partecipazione di Browning… bhe… resterete delusi, visto che il brano intitolato ‘Grey Obsession’ sembra estrapolato da quel capolavoro che risponde al nome di ‘Viaggio Senza Vento’ (Timoria, PolyGram, 1993).

    Come avrete capito “eterogeneità” qui è la parola dominante ma… la qualità? Non possiamo scrivere che la qualità sia alta e costante, con alcuni brani che non ci hanno convinto (quando la band si lascia andare alle proprie influenze punky e “caciarone”) e altre che invece – a detta di chi vi scrive – andrebbero esplorate e approfondite. Il flavour dark rock, con quelle fughe strumentali auliche e l’approccio vocale istintivo e caratterizzante sono ciò che ho apprezzato di più, con quelle montagne russe musical temporali che ci portano avanti e indietro nel tempo. Che dire ancora? Nella mia mente malata vedo la band cantare in italiano e proporre finalmente un qualcosa di nuovo e unico nel panorama tricolore. Ma forse sto esagerando nell’essere “creativo”.

  • (TRANSLATED FROM DUTCH)
     
    It was not such a bad idea for this Italian band to choose to have an English name to identify themselves. The sound looks back to that kind of prog influenced by pop and rock like the one played in the mid eighties by english bands like Twelfth Night and Cardiacs. 
     
    The songs are short and energetic, based much more on guitars and vocals rather than on keyboards, although an occasional Dracula-like organ plus som Mark Kelly keyboards add somm nice fresh accents. An association with the Italian school is hard to find (except for the Dracula-organ).
     
    This energy and those fresh things make sure that the band can hide the fact that there is too little composition for a whole album. The beginning is fine and the last tracks sound amazing but in between something lacks. A record with funny sides but it won't last. 
     
  • Gli italiani The Mugshots nascono ufficialmente nel 2001 dalla mente del cantante Mickey E.Vil. In tutto questo tempo non sono mancate diverse soddisfazioni non da poco, come il vanto di essere stati prodotti dal guru Dick Wagner (Alice Cooper, Lou Reed). “Something Weird”, il nuovo disco della formazione tricolore, porta avanti un hard rock tinto di venature dark, metal, punk, new wave ed amplificato da una fortissima componente teatrale. Una canzone come “The Circus” infatti richiama subito il seminale Alice Cooper, qui tributato con grande enfasi a cui si aggiunge un sound moderno con spruzzate di elettronica molto accattivanti. I synth dominano la successiva “Rain”, una bella commistione tra pop anni Ottanta e rock duro, molto godibile all’ascolto. Con “I Am an Eye” troviamo un po’ di Death SS, il sinistro organo si staglia poderoso sul brano, che colpisce per quel gusto progressive rock anni Settanta che qui viene reso più attuale grazie alla buona produzione di Freddy Delirio. Su questo disco appaiono un sacco di ospiti, famosi ed anche inusuali, ma questo calderone così variegato funziona molto bene nell’insieme:  da Tony Dolan (Venom Inc.) a Steve Sylvester, da Matt Malley a Enrico Ruggeri. “Sentymento”, che vede proprio la partecipazione di quest’ultimo, è un ottimo esempio di dark rock, “Scream Again” invece unisce metal a momenti più psichedelici, si tratta di uno dei pezzi più pesanti e classici dell’intero lavoro (grazie anche alla presenza di Freddy Delirio, Steve Sylvester e Ain Soph Aour dei Necromass). Oggi stupire, scioccare, lasciare a bocca aperta è davvero difficile perché si è visto e sentito di tutto e questo vale anche per la proposta dei The Mugshots che, per quanto pregna di enfasi e teatralità, non arriva a far ribollire il sangue nelle vene. Ciò non vuol dire che ci troviamo di fronte ad un lavoro privo di emozioni, anzi. La qualità, le idee, il gusto per i suoni, gli arrangiamenti, tutto è stato curato con grande dovizia ed il risultato si sente. “Something Weird” si conferma una proposta molto variegata ed interessante, per apprezzare al meglio i nuovi brani di The Mugshots non bisogna avere la mente chiusa: un ascolto aperto e senza paraocchi è ciò che serve per gustarsi appieno questa musica.
  • Dark rock is the description which can be found on their Facebook page. The says to be inspired by Alice Cooper, something that can partly be discovered, but my first impression was more in the direction of a sloppy, bad performed mix of Millencolin and HIM.

    These tunes contain both a punky unruliness and loads of theatrical exaggeration which can be experienced without the visual effect. Even though I'm a big fan of uncle Alice, the material of The Mugshots cannot be appreciated that much by me. The voice can be experienced as straight annoying (matter of taste of course), the keyboard sounds very cheap (on purpose probably), and the combination of these cheap eighties synthesiser tunes and garage punk guitars can cause a very strong feeling of disliking in my case.

    Take for example track six, starting with an even very acceptable gritty guitar, which flows over in a gothic like thing just before the line gets boring, but those added Jean Michel Jarre elements take care of a serious headache.

  • La disperazione di vivere in un mondo musicale fatto di migliaia di band inutili affligge tanti ascoltatori e ancora di più gli addetti ai lavori. Album a centinaia tutti i mesi, tra i quali però diventa sempre più difficile muoversi e sempre più difficile cogliere il valore aggiunto di quel bene prezioso che è la personalità, unico vero elemento capace di fare la differenza nell’eterna diatriba tra innovazione e conservazione. Perché l’originalità a qualunque costo è noiosa almeno quanto la totale assenza di innovazione, se non c’è l’elemento della personalità unito a quello dell’ispirazione, a fare la differenza. E’ per questo che a volte arriva l’urlo del recensore di fronte all’ennesimo album uguale a se stesso, magari anche ottimamente confezionato, ma privo di una qualunque utilità. Un urlo che non sempre viene percepito come necessario anche dagli appassionati, ai quali tutto sommato un disco ben fatto interessa di più che uno che aggiunga una nuova pagina al libro della musica e non si limiti a sillabare continuamente quanto già scritto da altri. Eppure, un bisogno di spostarsi avanti esiste e se proprio non si riesce ad andare avanti, piuttosto che rimanere fermi, è quasi meglio tornare indietro in questa lettura. E’ per questo che, a volte, dischi che poi col tempo rivelano la propria debolezza, vengono sul momento premiati oltre le proprie intrinseche qualità, magari perché hanno effettivamente qualcosa da aggiungere o piuttosto perché pur riportando la lettura indietro di qualche pagina, aggiungono una interpretazione diversa a quanto già codificato in passato. Insomma, la chiave offerta dalla personalità, in musica, apre o aprirebbe davvero tante porte e renderebbe più interessante anche un qualcosa di già noto, se ben utilizzata.
    Ecco quindi come calare nel contesto di questo discorso la nuova uscita per The Mugshots, band italiana ormai da diverso tempo in pista e autrice del proprio quarto album, uscito a fine 2016 per la sempre attenta Black Widow Records. La band si è scavata una propria nicchia nel tempo riuscendo a legare il proprio nome a quello di una leggenda come Dick Wagner, attirando l’attenzione grazie ad una proposta piuttosto particolare e molto caratterizzata. Al centro di tutto, l’amore per tematiche horror e gotiche, gli anni settanta, i fumetti e un immaginario musicale che parte dal post punk/dark/new wave, fino all’hard rock, allo shock rock e all’art rock. In questo ampio spettro, nel quale il Rocky Horror Picture Show convive con Bela Lugosi e i Freaks di Tod Browning, Alice Cooper, gli Stranglers e i Tubes, e nel quale quindi l’immaginario gotico e grandguignolesco sposa un anticonformismo del tutto slegato dal contesto musicale attuale, la band trova una sua dimensione in continua evoluzione.
     
    Something Weird è un disco palesemente ambizioso: anzitutto, nell’ampio pastiche musicale messo in opera, che tocca contesti anche lontani tra loro, mantenendo sempre un approccio dark e grottesco, molto Creepy o Racconti dall’Oltretomba, se preferite. In secondo luogo, per il grande dispiego di collaborazioni, che vanno da Freddy Delirio e Steve Sylvester (Death SS), a Martin Grice, Mike Browning (Nocturnus), Tony Dolan (Venom Inc.), Manuel Merigo (In.Si.Dia), Ain Soph Aour (Necromass) e via discorrendo, senza dimenticare la preziosa partecipazione di Enrico Ruggeri. Infine, per il curatissimo packaging del disco, con la copertina opera del ben noto Enzo Rizzi, perfettamente calato nella realtà della band. Un grande dispiego di forze a cui fa da contraltare la musica della band, interamente composta dal band leader Mickey Evil. Attingendo a piene mani da questo vasto background e dotato di un tocco retrò sempre ben presente, l’album ben si presta ad essere apprezzato da una platea trasversale, ma corre il forte rischio di risultare fin troppo eterogeneo, offrendo una visione multisfaccettata, ma al contempo un po’ fuori fuoco. Al senso di disorientamento contribuisce l’interpretazione di Mickey Evil, il quale, forse alla ricerca di una propria cifra artistica, finisce per scegliere spesso un cantato caricaturale e grottesco, quasi da fumetto, ma con una evidente interpretazione maligna e perversa, come una sorte di folle clown che distorce la propria voce per impaurire i bambini, e che raramente riesce però a donare davvero qualcosa al brano, risultando spesso velleitaria e fine a se stessa. Come anche nell’uso continuo dei sintetizzatori, sembra che si sia voluto mettere fin troppo nella ricetta, senza per questo venire a capo con un piatto coerente e gustoso, quanto piuttosto con una gran quantità di sapori, magari anche buoni presi di per sé, ma non per questo soddisfacenti una volta messi insieme. 
    Quanto detto non vuol significare che Something Weird sia un brutto disco e certo non si potranno accusare i The Mugshots di difettare in creatività e voglia di stupire e coinvolgere l’ascoltatore. Il lavoro di stratificazione ricercato non va affatto a guastare l’approccio rock della band e anzi è evidente come il tentativo di incastrare le diverse sfumature riveli una cultura non solo musicale molto ampia e solida e una capacità di costruzione dei brani fervida di soluzioni e accostamenti felici negli intenti. Al tempo stesso, l’immaginario di riferimento è talmente noto e abusato che pur risultando simpatico e piacevole, difficilmente riesce davvero a stupire o a farsi apprezzare per l’originalità. Il circo maledetto che apre l’album dopo il breve intro è l’esempio forse più eclatante in tal senso e la sua promessa di morte e dannazione per il pubblico accorso risulta un poco stantia e di scarso effetto, pur nella sua convinta e riuscita trasposizione musicale. In particolare, sin dall’introduzione è il basso di Eye Van a scandire le danze, assieme ai sintetizzatori e in seguito alla chitarra elettrica, mentre in Circus l’influenza post punk è evidente ed Evil invita il pubblico a prendere posto con una melodia quasi cantilenata; è però solo nella seconda parte dopo il classico break con le risate psicotiche e la voce declamatoria del “direttore del circo”, che il brano prende davvero il via, con tutti gli elementi al loro posto, risultando nel complesso un buon avvio di album. Purtroppo molto più anonima la seguente Rain, anch’essa legata ad una forma riconducibile al post punk, ma tutto sommato innocua, pur non risultando sgradevole e con un Mickey Evil molto più interpretativo e coadiuvato dalla seconda voce di Francesca Scalari. Deciso cambio di passo con la seguente I Am an Eye, che distrattamente potrebbe anche passare per un brano dei Ghost, con l’organo a intessere il proprio marchio su un tipico giro doom tombale, con tanto di campana in sottofondo e una seconda parte più movimentata e rockeggiante. An Embalmer’s Lullaby Part Two prosegue la buona vena del disco, stavolta con un buon connubio delle varie componenti strumentali e i sintetizzatori che sottolineano e amplificano il mood della canzone, apportando anche una sezione di clavicembalo e archi a metà brano. Forse un po’ breve e non particolarmente significativa, ma comunque ben fatta. Peccato che la seguente Ophis si riveli uno strumentale, perché nel suo essere ben fatto e gradevole, lascia un po’ di amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere corredato da una parte cantata di spessore. I pezzi forti del disco arrivano però da ora in avanti, con Sentymento che ospita un bravo e perfettamente calato nel ruolo Enrico Ruggeri, che prende il proscenio con la sua voce baritonale ed immediatamente riconoscibile e la successiva Scream Again, all’apparenza una ballad inquietante e piena di ombre, nella quale Evil è accompagnato niente meno che da Steve Sylvester e Ain Soph Aour, entrambi capaci di evocare i propri spiriti in momenti diversi del brano, esaltandone la mutevolezza e le particolari atmosfere. Peccato che a questo punto la band piazzi un brano del tutto indecifrabile come Grey Obsession, che pur potendo vantare due ospiti illustri come Mike Browning e Martin Grice, si rivela come una specie di mantra di matrice orientaleggiante, sognante e fascinosa, ma assolutamente avulsa dal contesto del disco. La successiva Dusk Patrol è un brano breve e quasi strumentale, di effetto e atmosfera, nella quale Tony Dolan gioca il ruolo di voce recitante, con una interpretazione che potrebbe ricordare persino Mike Patton. Molto più interessante la successiva Pain, brano struggente nel quale anche la chitarra riesce finalmente ad emergere in chiave solista e l’interpretazione di Mickey Evil, pur senza rinunciare alla caratteristica voce paperinesca, si rivela misurata e di buona efficacia. Chiude Ubique ed è nuovamente un brano strumentale, che scorre via piacevolmente, senza lasciare granché, a parte l’inquietante finale.
     
    Tornando al discorso iniziale, sarà difficile che Something Weird e i The Mugshots possano essere accusati di mancare di personalità e voglia di emergere. Un aspetto questo che andrebbe premiato, a maggior ragione in un contesto musicale odierno composto da band fotocopia e senz’anima, che sono proprio l’antitesi di quanto proposto dal gruppo italiano. Lo sforzo compositivo e di evocazione di un immaginario gotico e orrorifico classico, caro tanto al mondo del cinema quanto a quello dei fumetti, è un aspetto che non si può sottostimare. Al tempo stesso, è difficile arrivare in fondo all’album e ritenersi davvero soddisfatti da quanto ascoltato. Il continuo saliscendi qualitativo e l’eterogeneità della proposta, specialmente nella seconda parte, assieme ad alcune scelte stilistiche forse non pienamente convinte e convincenti, rende arduo un giudizio pienamente positivo. Un vero peccato, perché in tutti i brani il talento della band è davvero evidente e in alcuni di essi si raggiunge già adesso un livello anche buono e capace di aprire ampi spazi sul futuro. Probabilmente qualcosa nella proposta può e deve ancora essere limato, oppure, definitivamente liberato da qualsiasi tentativo di ridurlo ad una forma e ad una struttura limitanti, come quelle attuali. In buona sostanza, si rischia di essere troppo complessi senza riuscire a gestire questa complessità, ma al contempo troppo orecchiabili e ad ampio raggio di potenziale utenza, per raggiungere reali picchi di innovazione artistica. Alla band non mancano davvero le capacità per un ulteriore salto e il raggiungimento di quella forma definita che farebbe davvero la differenza, andando finalmente a comporre il quadro tra personalità, ispirazione e qualità di scrittura. 
  • Il nuovo album dei The Mugshots è definito come “Elitarian Undead Rock”, e consiste fondamentalmente in quasi 49 minuti di una musica che definisco per sommi capi come un rock che sperimenta con sonorità a volte gotiche, a volte più creepy e più raramente ariose, che solo a tratti si affaccia al metal, e il tutto condito da una pletora di ospiti perlopiù illustri, che comprendono anche Steve Sylvester, Ain Soph Aour, Tony Dolan, Freddy Delirio, Mike Browning e perfino Enrico Ruggeri. Come si può legare questo genere musicale (gothic rock, chiamiamolo così per semplicità) con le capacità compositive dei The Mugshots e una tale pletora così variegata di guests? Se lo fai, o ci troviamo di fronte a qualcosa di rivoluzionario, oppure ci troviamo di fronte a qualcosa di over-produced e over-thought, dove qualcosa tra i contributi massivi dei guests o il songwriting sbilancia tutto e oscura l’altra componente. La risposta data da “Something Weird”, purtroppo, ci dice che tutto ciò non si può legare, o che se anche si può fare “Something Weird” non è un buon esempio di tutto ciò.
     
    La prima parte dell’album infatti (quella più scevra da guests) è quella che descrive di più le capacità proprie dei The Mugshots e che purtroppo mostra dei limiti: lo stupore iniziale di questo rock abbastanza creepy di “The circus” lascia ben presto spazio ad un ritornello incolore, riffs invero abbastanza anonimi e soprattutto ad una voce che cerca di essere grottesca ma che dopo un po’ risulta poco efficace, forse perché troppo impostata o dallo stile che non cambia granché. E se gli stessi problemi ce li abbiamo in “Rain”, è da qui in poi che escono fuori altri problemi: Punto primo: appena subentrano i guests, lo stile dei The Mugshots cambia e tutto suona molto più nello stile del guest che della band in sé. Ne siano un esempio le tastiere di Freddy Delirio, che nella quarta canzone fanno virare il brano su di una cosa tra Ghost e Death SS. Punto secondo: brani come la quinta canzone che suonano troppo diversi, scollati o messi al posto sbagliato dell’album. Punto terzo: troppe strumentali sinceramente inutili e che appesantiscono il lavoro, spesso neanche così speciali, come “Ophis”. E una volta preso atto di tutto questo, “Something Weird” si rivela per quello che è: un disco fatto da una band discreta, ma che suona appesantito da troppe strumentali e brani fuori contesto, e dove i guest finiscono per rendere poco comprensibile il valore proprio della band, i quali a volte sono francamente evitabili (Perché chiamare Tony Dolan per fargli fare fondamentalmente qualche spoken vocals su di un intermezzo?), o a volte semplicemente sovrastano la band, come Enrico Ruggeri che in “Sentymento” umilia letteralmente e surclassa Mickey Evil, finendo per farsi notare solo lui in una canzone che tra l’altro suona diversa dalle altre (troppo ariosa e distaccata da tutto il resto). Inutile la parte finale dell’album, costituita da una nona canzone che di nuovo, è avulsa da tutto il resto, da un intermezzo inutile e da una “Pain” anche bella e finalmente con una chitarra solista, ma che forse arriva tardi, quando a causa di così tante variazioni stilistiche un buon brano dei The Mugshots arriva quando l’attenzione è già scesa.
     
    In conclusione: “Something Weird” non è affatto weird secondo me: è il frutto di una band che avrebbe anche fatto un disco decente, ma che viene penalizzato da una tracklist un po’ discutibile, da una certa voglia di teatralità invero che suona un po’ cheesy e pretenziosa, e soprattutto la cui personalità viene deformata troppo da tanti contributi esterni che vanno in direzioni differenti, rendendo quasi impossibile capire dove finisca il guest e dove comincia lo sforzo proprio della band. “Something Weird” è la prova che tanti ottimi ingredienti non bastano a fare una ottima zuppa, e per questo io non ne sono rimasto impressionato.

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