Album Reviews

  • "Qualcosa di bizzarro" è un titolo azzeccato. Sono bizzarri i nomi dei musicisti, è bizzarro l'artwork ed è abbastanza bizzarra la musica, anche se agli ascoltatori appena più smaliziati non causerà troppe difficoltà. I Mugshots sono musicisti italiani celati dietro identità di fantasia (Mickey E. Vil, Eric Stayn, EyeVan, Gyorg II, Priest), autori di un disco fantasioso e dotato di una precisa identità con riferimenti vari e non scontati che spaziano dal punk all'hard rock, alla new wave e al progressive (anche se in maniera piuttosto collaterale). Durante l'ascolto mi è parso di cogliere echi evidenti di Black Sabbath, Hawkwind, Motorhead e persino Rush. Un'atmosfera da horror rock aleggia nei brani, e non a caso l'album è prodotto da Freddy Delirio-Federico Pedichini, tastierista dei Death SS.

    Di che tipo di album si tratta lo si capisce dopo il breve strumentale introduttivo, che ha il compito di preparare la strada a due brani serrati che si succedono senza respiro né soluzione di continuità. "The circus" e "Rain" sintetizzano in poco meno di dieci minuti una dichiarazione d'amore verso i ritmi ossessivi della batteria, del basso e delle chitarre elettriche, lanciati a testa bassa a spianare la strada, con Hawkwind, punk e psych-rock principali ispiratori e le tastiere ad arricchire con linee melodiche e sequenze gli arrangiamenti. "I am an eye", con ospite alle tastiere Freddy Delirio, ha un inizio cadenzato che sottolinea le atmosfere orrorifiche prodotte dall'organo e dai suoni di campane ma cambia a metà svolgimento per lanciarsi in una cavalcata hard rock. Ci sono poi alcuni brani costruiti in maniera più semplice, basati sul groove costruito dalla sezione ritmica su cui la chitarra tesse riff e accordi per creare una sorta di muro sonoro su cui fa sempre breccia uno stacco o un rallentamento in cui qualche arpeggio o una linea melodica suonata dal synth spezzano la tensione. È il caso di "An embalmer's lullaby part two" e di "Sentymento", notevole anche per la presenza come ospite alla voce del cantautore Enrico Ruggeri. "Ophis" è un tiratissimo strumentale che deve molto allo stile dei Motorhead, con un intermezzo melodico e belle colorature create dalle tastiere. "Scream again", con ospiti Freddy Delirio e Steve Sylvester dei Death SS, "Dusk patrol" e "Pain" giocano molto sulle atmosfere dark, tra momenti malinconici e improvvise esplosioni sonore guidate dalla chitarra e dalla voce. Più inconsuete "Grey obsession", nenia hippie immersa nei fumi psichedelici di percussioni, chitarre acustiche ed il flauto di Martin Grice (il basso fretless è invece suonato da Matt Malley, fondatore dei Counting Crows), e la conclusiva "Ubique", altro strumentale guidato dai synth e dalla struttura più rilassata.

    I Mugshots sono in attività da parecchio tempo, e si sente. "Something weird" ha un suono che deriva dell'esperienza e dalla voglia di divertirsi, nonostante le sue atmosfere siano spesso sinistre e ossessive. Mi è parso di avvertire una sorta di umorismo nero trasudare dalle note, che si accompagna bene alla grafica in stile fumettistico disegnata da Enrico Rizzi, noto per aver illustrato, tra l'altro, una storia della musica metal a fumetti. L'album è in sostanza un ottimo esempio di musica scritta per coinvolgere l'ascoltatore grazie al mix di atmosfere che piacerà in maniera trasversale gli estimatori di hard rock, psichedelia, punk, new wave, e progressive. Scusate se è poco!

  • (TRANSLATED FROM JAPANESE)
    The 2016 production of the Italian progressive hard rock group, The Mugshots.
    Dick Wagner, known as the guitar player of Alice Cooper band produced this album, and Freddy Delirio of the legendary Death SS mastered the album. The synthesizers play glittering sound with the hard rock guitar. Overall, fresh rockn’ roll combined with progressive composition are mixed. The lyrics are sung in English, but have the feel of condensed Italian theatrical essence. 
    You feel as if you are watching a funny, playful and crazy circus. The music has a dash of elements of the new wave pops, punk, heavy metal, along with the old days organ rock, and constructiveness of progressive rock. 
    The songs are mostly 4 to 5 minutes long and very compact. Very well composed in detail but there is no difficulty and quite melodious. 
    The album would appeal to all Italian rock fans but also to many hard rock and metal listeners. A well condensed theatrical rock. Many guests such as Martin Grice of Delirium is participating.
     
    Rating: Dramaticness 8, Progressiveness 7, Theatricalness 8: Total score 8
  • (TRANSLATED FROM GREEK)

    Along with mastermind singer Mickey E. Vil, the band from Brescia introduces their new album, particularly aimed at devotees of the grotesque genre. The twelve songs in the album reflect many influences and include members from various musical fields, even if something sounds quite differently than what we expect from a Horror Rock style quintet. This may be due to the friendly and honorary participation of many prominent guests. among these some are recognizable in the Heavy Metal area: Steve Sylvester, Mike Browing, Tony Dolan. Not all the compositions are equally good or flat, just have fun and meet your will to be scared.

  • Non so bene cosa sia quel “Theatrical Rock Music” sotto il quale viene consigliato di catalogare questo album, ma vi posso garantire che il titolo è la descrizione migliore: Qualcosa di strano! Tanto, molto, dannatamente strano… ma super fico, eccitante, coinvolgente. La ricetta? Più che di una ricetta parlerei di un intruglio per una pozione magica senza tempo e senza regole, dagli effetti collaterali non prevedibili. Ingredienti? Parlare di ingredienti è un po’ riduttivo, ma un buon sommelier potrebbe più o meno dichiarare: “Caldo, complesso, strutturato ma equilibrato nella potenza, supporto all’acidità, profumi di Hawkwind, al gusto è diretto come i Ramones, al naso note di Orne e Sam Gopal, terziari dance, occult metal, italian prog, alternative rock”. Vi sembra un miscuglio? Lo è! Ma è un miscuglio geniale. Davvero, vi garantisco che è maledettamente geniale! Però non basta. Quiz del giorno: cosa potranno mai avere a che fare Steve Sylvester e Tony “Demolition Man” Dolan con… Enrico Ruggeri? Semplice, li troverete in “ Something Weird”! 
    Questi pazzi dei Mugshots (che sono in giro da quindici anni) sono riusciti ad attirare una gamma di guests tale da far invidia a progetti come Avantasia e Ayreon! Dodici traccie, dodici capitoli poderosi. “Introitus” -l’intro- in un minuto ed un quarto rinchiude ansia e dramma, groove di basso supremo, poi festa, allegria, trionfo, il tutto convergente verso il psichedelico. Bene. Ed è solo l’inizio, mancano quarantasette minuti abbondanti. “The Circus” sembra scritta da Dave Brock e suonata dai suoi Hawkwind. Epica e trascinante “Rain”, un brano così rock che riesce a sfociare nel dance d’epoca… sembra una reincarnazione moderna e schizoide dei Bee Gees. Freddy Delirio è guest sulla dark-doomy “I am an Eye”, un incrocio tra horror music e riff in stile Iommi, con la direzione prog marcatissima, tanto che ci sento pure i finlandesi Orne. Andrea Calzoni dei Psycho Praxis è l’ospite sulla tetra “An Embalmer’s Lullaby Part. 2”, un brano con una impronta rock/dark wave irresistibile. Inno prog/eighties ai Ramones con “Ophis”, mentre una versione dark metal della voce di Enrico Ruggeri si materializza sulla criptica “Sentymento”. Se le tenebre non fossero ancora sufficienti, allora la stupenda “Scream Again” tinge tutto di nero, di decadenza, di lasciva malvagità: ovviamente nel brano l’oscurità eterna è evocata da personaggi come Steve Sylvester, Freddy Delirio e… Ain Soph Aour dei Necromass con il suo growl selvaggio! Sam Gopal (si, ci suonò Lemmy milioni di anni fa) lo trovate su “Grey Obsession”, brano che ospita Mike Browning (Nocturnus AD), Martin Grice (Delirium) e Matt Malley (Counting Crows), mentre Sua Dannazione Demolition Man offre una performance superba sulla lenta, ipnotica e riflessiva “Dusk Patrol”. In chiusura “Pain”, melodia pura con Manuel Merigo degli In.Si.Dia. e “Ubique” overo qualcosa si spaziale, di ultra terreno, di astrofisico sulla scia degli Hawkwind incrociati con un dark ambient più moderno.
    Dodici tracce lontane dalle regole, capaci di prendere qualsiasi cosa vi sia passata per le orecchie e frullarlo in una soluzione liofilizzata di energia esplosiva. Geni? Certo, però credo che questi cinque siano completamente pazzi. E questo loro disco è totalmente fuori di testa, tanto che non appartiene ad alcun genere, pur appartenendo a tutti (passati, presenti e futuri). È tutto così assurdo. Tutto così stranamente sbagliato. Però, in verità e sincerità, quando qualcosa è così sbagliato… di solito… mi eccita e mi fa impazzire!
    (Luca Zakk) Voto: 10/10
  • "Something Weird" è la nuova fatica discografica del quintetto di Brescia The Mugshots pubblicato per la Black Widow Records che segue tutta una serie di progetti dislocati tra compilation e Demo, alcuni autoprodotti ed altri sotto label italiane e non. La band propone un genere Alternative Rock dalle sonorità americane vecchio stile calcando un pò artisti di spicco come Alice Cooper, Joy Division, The Misfits, per citarne alcuni con l'abilità di aver aggiustato il tiro regalandoci un sound innovativo alla portata di tutti. Atmosfere ruvide contornate da una serie di contributi elettronici e tastiere rendono il progetto meno cupo e darkeggiante.
    Dodici tracce dalle intenzioni decise, che hanno l'obbiettivo di andare dritto al punto senza troppi complimenti, una linea vocale non sempre presente rende questo nuovo lavoro a tratti strumentale ma mai pesante e noioso. Un sound facile e diretto con spunti melodici "Scream Again", "Grey Obsession" ben assestati. Atmosfere energiche si possono apprezzare su tracce come The Circus, Ophis e altre. In sintesi, "Something Weird" è un cd che scivola bene, frutto di intesa tra i musicisti e buon tecnicismo dei singoli. Una band maturata con il tempo e dalle infinite risorse, a nostro modo di vedere e ascoltare!!
    Voto 75/100
     
  • Fra i top dell’annata rock, il nuovo album della horror band bresciana mescola il dark punk degli Stranglers alle influenze hard di Alice Cooper e Blue Öyster Cult, con ospiti da Venom, Counting Crows, Death SS fino a… Enrico Ruggeri e Delirium!
     
    Ruggeri“Televisione, radio, giornali e riviste / vi siete coalizzati per distruggere le menti…”. Ve lo ricordate il giovanissimo Ruggeri platinato che gridava “Che bello, è il lavaggio del cervello” coi suoi Decibel nel ’78? Già, erano gli anni caldi del punk e persino il cantautore milanese stava nell’infernal calderone. Dev’essersene ricordato anche lui di quei wild years, al sommo di una carriera da cantautore mainstream, scrittore, poeta, autore e conduttore televisivo, per aver accettato di prestare la sua (peraltro inconfondibile) grinta vocale a un brano del nuovo album di una band bresciana che urla ancora quell’idioma, ad anni luce di distanza nel tempo e (presumiamo noi) nel mondo di riferimento del Ruggeri attuale. Eppure l’impossibile è accaduto, e il brano (Sentymento, pare che mentre scriviamo il gruppo ne stia girando il video clip promozionale) è anche molto efficace e furioso, per gli standard del Ruggeri maturo. 
    Il quale – grande fan del gruppo bresciano, ci dicono – sul nuovo album dei Mugshots si trova in folta quanto minacciosa compagnia: Steve Sylvester (voce) e Freddy Delirio (tastiere e produttore del disco, nella foto a lato) dei Death SS, Matt Malley (bassista fondatore dei Counting Crows), Tony “Demolition Man” Dolan (bassista dei Venom), qui vocalist in un recitativo dello strumentale Dusk Patrol, Mike Browning (batterista dei death metaller Nocturnus AD, qui al theremin oltre che ai tamburi), insieme ad altri metallari nostrani, come  Ain Soph Aour (dei Necromass), Manuel Merigo (chitarrista dei compaesani In.Si.Dia), Andrea Calzoni (dei pure bresciani Psycho Praxis, hard prog sempre di casa Black Widow), che pennella del suo flauto An embalmer’s Lullaby Part. 2. Per finire con un vero decano della scena prog italiana: Martin Frederick Grice, dal ’72 flautista dei Delirium (in cui mosse i primi passi il giovane Ivano Fossati), che qui contribuisce a Grey Obsession, uno dei brani più originali del disco, con quel suo andamento psichedelico-orientaleggiante servito, oltre che dal flauto di Grice, dal basso di Malley e dal theremin (più percussioni) di Browning. Il quale ne parla (in questo clip di presentazione dell'album) come di un ritorno alle atmosfere di Planet Caravan dei Black Sabbath (io avrei citato una Miss Argentina di Iggy Pop, dal sottovalutato Avenue B, colle sue esotiche tablas), ma insomma l’effetto di distacco da un cliché sonoro quello è.
     
    Perché probabilmente Grey Obsession è anche il brano che si distacca più palesemente dal classico Mugshots sound: quelle radici horror punk/metal, ben piantate nella passionaccia del cantante/tastierista Mickey E. Vil e compagni per Alice Cooper (di cui nel precedente mini Love Lust And Revenge, prodotto da Dick Wagner, compianto chitarrista di Mr Bad Guy (e poi di Lou Reed), rivitalizzavano Pass The Gun Around, brano di Da Da, uno degli album degli ’80 meno amati dai fan dello shock rocker di Detroit. Radici che potrebbero ben spiegare il mazzo di ospiti da varie stagioni del rock duro italiano ed internazionale, ma che i Mugshots filtrano con un’eguale devozione agli Stranglers (con cui hanno anche suonato da supporter in tour), una delle band che ha arricchito la dark wave inglese tra fine ’70 e primi anni ’80 grazie ad una tecnica strumentale raffinata (quell’organo doorsiano di Dave Greenfield), “quasi prog” rispetto alla rozzezza dei tre accordi dell’epoca.
     
    “I feel it inside / There’s no need to hide…” (*)
    Una componente, quella dell’hard rock progressivo anni ’70, marchio di fabbrica dell’etichetta Black Widow che pubblica il disco, verso cui la band è stata guidata ad ampliare la propria tavolozza proprio dal guru di quest’ultima, Max Gasperini, il quale ha avuto il merito d’intuire che le notevoli doti compositive del cantante Mickey potevano esprimersi al meglio aprendosi verso forme sonore più ariose e complesse dello spettro sonoro che appunto va da Alice Cooper a Misfits/Danzig e Ripper. E che infatti ci aveva preannunziato circa un anno fa l’album ancora in gestazione dei Mugshots come un ardito ponte Stranglers/Blue Öyster Cult: due ere, due mondi che si saldano nell’evoluzione di un suono che li metabolizza per spingersi oltre.
     
    Aveva visto giusto: checché noi fan tendiamo a seguire le correnti che ci insegnano a distinguere (Iggy è il pre-punk, Alice Cooper e Blue Öyster Cult sono hard, Stranglers e Misfits punk/wave), i grandi hanno sempre mescolato le carte. Come già si rievocava in un nostro passato articolo, teniamo a mente che Lou Reed fece suonare in Berlin i chitarristi Wagner e Hunter ma anche i fiatisti jazz Brecker, il bassista dei Cream Jack Bruce e il tastierista dei Traffic Stevie Winwood, col batterista zappiano Aynsley Dunbar e il bassista Tony Levin, futuro crimsoniano. Eppure Berlin è il disco in cui si dice che Reed abbia ritrovato le atmosfere dei Velvet. Così come Iggy si è evoluto cantando con l’amico Bowie, che per esempio su Soldier lo affianca insieme ad Ivan Kral (Patti Smith Group), Glen Matlock (Sex Pistols), Barry Andrews (Xtc) e… ai Simple Minds! Eppure lui è sempre Iggy, evolve - oltre il punk e il metal - fino ad ospitare Medeski, Martin & Wood (sul citato Avenue B) e rimane se stesso con Josh Homme (nell’ultimo, sempre valido Post Pop Depression).
     
    Quindi, se siete arrivati fino in fondo al torrenziale excursus, non chiedete “per chi suonano le campane” (a morto) dei Mugshots: come direbbe Hemingway, esse suonano per voi, cioè per dar forma al rock del 2016, di cui Something Weird (che esce in cd e vinile con la copertina fumettistica che vedete in apertura, disegnata dall’horror-comic-rocker Enzo-HeavyBone-Rizzi, del quale qui a lato contemplate una sobria tavola) è sicuramente uno dei dischi da top 10 playlist. Un album svelto e compatto (poco meno di 49’) quanto policromo, in cui i molti ospiti arricchiscono senza strabordare, mostrando di saper uscire anche dai propri cliché. Ma, soprattutto, un album che condensa tutte le sfumature fin qui sviscerate in 12 brani energici, che si fanno ascoltare con piacere “pop” al di là di ogni categoria stilistica prog-metal-punk-wave, come testimonia (da un punto di vista tutto personale) il superamento dello spartano “test-d’ascolto-figlia-18enne-non-metallara”, al cui confronto impallidisce anche il Voight-Kampff test per stanare i replicanti di Blade Runner!
     
    Speriamo che se ne accorgano anche fuor d’Italia, questo è un disco che potrebbe girare bene a livello internazionale. Per gli horroristi navigati (italiani o non), si consiglia l'ascolto insieme alla lettura dell'antologia Il Cimitero dei Vivi di Poppy Z. Brite (Independent Legions)
     
    Mario G
     
    (*) versi da Sentymento, testo di Mickey E. Vil
  • I The Mugshots ritornano sulle scene, forti stavolta della quindicesima candelina spenta nel segno del loro nome. Ne avevamo parlato già ai tempi del breve ma chiaro Love, Lust And Revenge a questa pagina e adesso siamo di fronte ad un album completo non solo per numero di tracce ma per menti e partecipazioni esterne (Steve Sylvester, Ain Soph Aour, Enrico Ruggeri solo per citarne alcuni). Eliminiamo subito i dubbi per chi si avvicina ai The Mugshots per la prima volta: non siete dinanzi ad una band metal, i Nostri preferiscono il rock seppur imbottito da ambivalenti sfumature, puntano sulla teatralità e sulle ambientazioni, su tastiere ed effetti che però, dobbiamo ammetterlo, non tolgono mai spazio alla componente elettrica. Abbiamo parlato di teatralità e come non citare Alice Cooper, non solo per la presenza qui del produttore Dick Wagner storico chitarrista di Cooper, ma proprio per l’intenzione di rendere la musica un recital, un’espressione disegnata per un palco e una rappresentazione artistica che vada oltre il solito contenuto audio.
     
    Anche il termine rock sfuma, e non è solo a causa delle sfumature dance di Rain o degli effetti che compaiono in diversi momenti (affascinante in questo Ubique), crediamo che sia proprio il concetto di songwriting dei The Mugshots ad essere legato ad un’espressione da musical in cui già il degno Alice ha detto tantissimo. Ci arrivano colpi dritti come la strumentale Ophis che attinge prima dal punk rock, poi dalla new wave, o anche l’horror rock di Scream Again, ma pezzi come Sentymento, Grey Obsession o la pinkfloidiana (e bellissima) Pain non celano l’intento di scrivere musica per pochi. Difficile apprezzare al primo colpo i The Mugshots, vanno ascoltati più volte e carpita l’essenza di ciascuna traccia, l’espressione artistica che è stata iniettata nel singolo brano senza dover cercare quel riff o quel chorus a rischio di rimanere delusi. Un album da studiare e da ascoltare con la dovuta calma.
  • Quando un disco è estremamente eterogeneo mette in difficoltà chi ne deve scrivere. Parliamoci chiaramente: prima di tutto è difficilissimo che un disco che pesca a piene mani da molteplici generi mantenga una qualità elevata e omogenea, e secondariamente mette praticamente il redattore di turno con le spalle al muro. Come parlarne se non con un (noiosissimo) track by track? Ho la fortuna di collaborare con devi veri pesi massimi del giornalismo italiano e quindi da buon “apprendista” sono subito corso da una di queste colonne (quanti giornalisti metal italiani si possono ad oggi, considerare “storici”? Quattro? Cinque?) che mi ha consigliato di essere “creativo”. Lo deluderò, perché questo disco mi ha così confuso da inibire ogni mia fantasia, tanto sono dovuto restare concentrato sui continui salti stilistici che questi The Mugshots compiono tra i solchi digitali di questo CD intitolato ‘Something Weird’. E gli ospiti presenti in questo lavoro? Lasciamo perdere: un party di musicisti provenienti dalle più disparate realtà musicali. Insomma ci facciamo coraggio e proviamo a spiegarvi qualcosa di questo disco?

     

    Prodotti da Freddy Delirio (Death SS) i Nostri hanno come unico comune denominatore una certa musicale teatralità, sopratutto nel cantato particolare di Mickey E. Vil, sempre a cavallo tra un approccio punk e un cantato personalissimo che in più frangenti ricorda una sorta di ibrido tra Alice Cooper e l’altrettanto iconico Steve Sylvester. Per il resto che dire? Il… “resto”? Il resto è tutto e l’opposto di tutto: una ‘The Circus’ che ricorda i The Clash, ‘Rain’ che non può portarci alla mente che un certo sound dark ottantiano influenzato dal POP da classifica. Freddy Delirio presta i suoi tasti d’avorio per la terza traccia intitolata ‘I Am An Eye ‘, pure horror-prog, con il singer che “arrotonda” maggiormente la propria voce, rendendola maggiormente calda e profonda. Qui c’è di tutto, doom settantiano e dark metal, dark rock e un pizzico di progressive nell’ instancabile tappeto tastieristico di Freddy. Per quanto mi riguarda la palma come miglior pezzo del lotto è la bellissima ‘Sentymento’, canzone che ospita il mitico Enrico Ruggeri e che è uno splendido connubio tra i Decibel di ‘Contessa’ e il rock all’avanguardia di band come i Bluvertigo più sperimentali e “spaziali”. Come si prosegue? Con Steve Sylvester, Manuel Merigo degli In.Si.Dia, Mike Browning dei Nocturnus, Tony Dolan dei Venom Inc. e molti, moltissimi altri. La cosa ulteriormente spiazzante è che la band non usa poi in modo scontato tutti questi personaggi: è vero che ognuno di loro fa quello che sa fare meglio, ma calato in un contesto spesso spiazzante. Ecco che se allora (ad esempio) sperate di sentire sonorità progressive death nel pezzo che vede la partecipazione di Browning… bhe… resterete delusi, visto che il brano intitolato ‘Grey Obsession’ sembra estrapolato da quel capolavoro che risponde al nome di ‘Viaggio Senza Vento’ (Timoria, PolyGram, 1993).

    Come avrete capito “eterogeneità” qui è la parola dominante ma… la qualità? Non possiamo scrivere che la qualità sia alta e costante, con alcuni brani che non ci hanno convinto (quando la band si lascia andare alle proprie influenze punky e “caciarone”) e altre che invece – a detta di chi vi scrive – andrebbero esplorate e approfondite. Il flavour dark rock, con quelle fughe strumentali auliche e l’approccio vocale istintivo e caratterizzante sono ciò che ho apprezzato di più, con quelle montagne russe musical temporali che ci portano avanti e indietro nel tempo. Che dire ancora? Nella mia mente malata vedo la band cantare in italiano e proporre finalmente un qualcosa di nuovo e unico nel panorama tricolore. Ma forse sto esagerando nell’essere “creativo”.

  • Billed as “Elitarian Undead Rock”, the Italian theatrical rock outfit known as The Mugshots have slowly been carving out a name for themselves in their native country. However, with their latest release, the mini album entitled Love, Lust and Revenge, it appears that they have their sights set on bigger things.

    Originally conceived in New York City back in 2001 by head mugger and lead vocalist Mickey E. Vil after listening to Alice Cooper’s 1983 DaDa album, E. Vil has spent the ensuing years perfecting the bands unique brand of horror influenced, shock rock. Picture the visual look of The Misfits, complete with skeletal patterned makeup, and throw in a hearty dose of Iggy Pop’s attitude, along with creepy synth washes and that will give you better of idea of what to expect from these sonic ghouls.

    In a fitting pairing, the band enlisted the help of the late Dick Wagner, whose vital contributions as a bandleader, writer and guitarist, played a pivotal role in propelling Cooper to superstardom as a solo artist in the mid 70’s. Clocking in at a shade under thirty minutes Love, Lust and Revenge takes a somewhat more subdued, almost subversive approach from the sound of their past efforts, however with Wagner’s guiding hand, this is a definitely a good thing as they have definitely expanded their sonic palate in the process.

    Opening track “Nothing At All” kicks off with some nice cascading piano notes, before gradually shifting gears and blossoming into a magnificent, full blown piece of dark, cinematic rock as E. Vil spins his remorseless tale of murder, overtop the lush background vocals and layered musical arrangement. This song perfectly lays the groundwork for the rest of the album and the next two tracks “Under My Skin” and “Curse The Moon” stylistically continue along the same path. The second track in particular is highlighted by some scorching lead guitar work courtesy of The Maestro himself. The mid tempo “Free (As I Am) changes things up a bit and is worth mentioning just for its gorgeous, melodic hooks and infectious chorus. I would definitely have to say that this is probably the strongest (and my personal favorite) track out of the six offered up here. What better way to tie up this mini masterpiece than with a closing tip of the hat to the original parties involved and the album that influenced it all. The band offers up their take on “Pass The Gun Around”, which was the final track on DaDa, and man do they turn out a stellar version that, dare I say almost comes close to topping the original.

    Sadly, there will be no further collaborations due to the tragic passing of Dick Wagner earlier this summer, however with Love, Lust and Revenge The Mugshots have definitely learned from and made the most of their experience working with Wagner. They’ve taken a significant step forward in all major areas and it will be interesting to hear where they take things from here.

  • (TRANSLATED FROM DUTCH)
     
    It was not such a bad idea for this Italian band to choose to have an English name to identify themselves. The sound looks back to that kind of prog influenced by pop and rock like the one played in the mid eighties by english bands like Twelfth Night and Cardiacs. 
     
    The songs are short and energetic, based much more on guitars and vocals rather than on keyboards, although an occasional Dracula-like organ plus som Mark Kelly keyboards add somm nice fresh accents. An association with the Italian school is hard to find (except for the Dracula-organ).
     
    This energy and those fresh things make sure that the band can hide the fact that there is too little composition for a whole album. The beginning is fine and the last tracks sound amazing but in between something lacks. A record with funny sides but it won't last. 
     
  • Dark rock is the description which can be found on their Facebook page. The says to be inspired by Alice Cooper, something that can partly be discovered, but my first impression was more in the direction of a sloppy, bad performed mix of Millencolin and HIM.

    These tunes contain both a punky unruliness and loads of theatrical exaggeration which can be experienced without the visual effect. Even though I'm a big fan of uncle Alice, the material of The Mugshots cannot be appreciated that much by me. The voice can be experienced as straight annoying (matter of taste of course), the keyboard sounds very cheap (on purpose probably), and the combination of these cheap eighties synthesiser tunes and garage punk guitars can cause a very strong feeling of disliking in my case.

    Take for example track six, starting with an even very acceptable gritty guitar, which flows over in a gothic like thing just before the line gets boring, but those added Jean Michel Jarre elements take care of a serious headache.

  • Gli italiani The Mugshots nascono ufficialmente nel 2001 dalla mente del cantante Mickey E.Vil. In tutto questo tempo non sono mancate diverse soddisfazioni non da poco, come il vanto di essere stati prodotti dal guru Dick Wagner (Alice Cooper, Lou Reed). “Something Weird”, il nuovo disco della formazione tricolore, porta avanti un hard rock tinto di venature dark, metal, punk, new wave ed amplificato da una fortissima componente teatrale. Una canzone come “The Circus” infatti richiama subito il seminale Alice Cooper, qui tributato con grande enfasi a cui si aggiunge un sound moderno con spruzzate di elettronica molto accattivanti. I synth dominano la successiva “Rain”, una bella commistione tra pop anni Ottanta e rock duro, molto godibile all’ascolto. Con “I Am an Eye” troviamo un po’ di Death SS, il sinistro organo si staglia poderoso sul brano, che colpisce per quel gusto progressive rock anni Settanta che qui viene reso più attuale grazie alla buona produzione di Freddy Delirio. Su questo disco appaiono un sacco di ospiti, famosi ed anche inusuali, ma questo calderone così variegato funziona molto bene nell’insieme:  da Tony Dolan (Venom Inc.) a Steve Sylvester, da Matt Malley a Enrico Ruggeri. “Sentymento”, che vede proprio la partecipazione di quest’ultimo, è un ottimo esempio di dark rock, “Scream Again” invece unisce metal a momenti più psichedelici, si tratta di uno dei pezzi più pesanti e classici dell’intero lavoro (grazie anche alla presenza di Freddy Delirio, Steve Sylvester e Ain Soph Aour dei Necromass). Oggi stupire, scioccare, lasciare a bocca aperta è davvero difficile perché si è visto e sentito di tutto e questo vale anche per la proposta dei The Mugshots che, per quanto pregna di enfasi e teatralità, non arriva a far ribollire il sangue nelle vene. Ciò non vuol dire che ci troviamo di fronte ad un lavoro privo di emozioni, anzi. La qualità, le idee, il gusto per i suoni, gli arrangiamenti, tutto è stato curato con grande dovizia ed il risultato si sente. “Something Weird” si conferma una proposta molto variegata ed interessante, per apprezzare al meglio i nuovi brani di The Mugshots non bisogna avere la mente chiusa: un ascolto aperto e senza paraocchi è ciò che serve per gustarsi appieno questa musica.
  • La disperazione di vivere in un mondo musicale fatto di migliaia di band inutili affligge tanti ascoltatori e ancora di più gli addetti ai lavori. Album a centinaia tutti i mesi, tra i quali però diventa sempre più difficile muoversi e sempre più difficile cogliere il valore aggiunto di quel bene prezioso che è la personalità, unico vero elemento capace di fare la differenza nell’eterna diatriba tra innovazione e conservazione. Perché l’originalità a qualunque costo è noiosa almeno quanto la totale assenza di innovazione, se non c’è l’elemento della personalità unito a quello dell’ispirazione, a fare la differenza. E’ per questo che a volte arriva l’urlo del recensore di fronte all’ennesimo album uguale a se stesso, magari anche ottimamente confezionato, ma privo di una qualunque utilità. Un urlo che non sempre viene percepito come necessario anche dagli appassionati, ai quali tutto sommato un disco ben fatto interessa di più che uno che aggiunga una nuova pagina al libro della musica e non si limiti a sillabare continuamente quanto già scritto da altri. Eppure, un bisogno di spostarsi avanti esiste e se proprio non si riesce ad andare avanti, piuttosto che rimanere fermi, è quasi meglio tornare indietro in questa lettura. E’ per questo che, a volte, dischi che poi col tempo rivelano la propria debolezza, vengono sul momento premiati oltre le proprie intrinseche qualità, magari perché hanno effettivamente qualcosa da aggiungere o piuttosto perché pur riportando la lettura indietro di qualche pagina, aggiungono una interpretazione diversa a quanto già codificato in passato. Insomma, la chiave offerta dalla personalità, in musica, apre o aprirebbe davvero tante porte e renderebbe più interessante anche un qualcosa di già noto, se ben utilizzata.
    Ecco quindi come calare nel contesto di questo discorso la nuova uscita per The Mugshots, band italiana ormai da diverso tempo in pista e autrice del proprio quarto album, uscito a fine 2016 per la sempre attenta Black Widow Records. La band si è scavata una propria nicchia nel tempo riuscendo a legare il proprio nome a quello di una leggenda come Dick Wagner, attirando l’attenzione grazie ad una proposta piuttosto particolare e molto caratterizzata. Al centro di tutto, l’amore per tematiche horror e gotiche, gli anni settanta, i fumetti e un immaginario musicale che parte dal post punk/dark/new wave, fino all’hard rock, allo shock rock e all’art rock. In questo ampio spettro, nel quale il Rocky Horror Picture Show convive con Bela Lugosi e i Freaks di Tod Browning, Alice Cooper, gli Stranglers e i Tubes, e nel quale quindi l’immaginario gotico e grandguignolesco sposa un anticonformismo del tutto slegato dal contesto musicale attuale, la band trova una sua dimensione in continua evoluzione.
     
    Something Weird è un disco palesemente ambizioso: anzitutto, nell’ampio pastiche musicale messo in opera, che tocca contesti anche lontani tra loro, mantenendo sempre un approccio dark e grottesco, molto Creepy o Racconti dall’Oltretomba, se preferite. In secondo luogo, per il grande dispiego di collaborazioni, che vanno da Freddy Delirio e Steve Sylvester (Death SS), a Martin Grice, Mike Browning (Nocturnus), Tony Dolan (Venom Inc.), Manuel Merigo (In.Si.Dia), Ain Soph Aour (Necromass) e via discorrendo, senza dimenticare la preziosa partecipazione di Enrico Ruggeri. Infine, per il curatissimo packaging del disco, con la copertina opera del ben noto Enzo Rizzi, perfettamente calato nella realtà della band. Un grande dispiego di forze a cui fa da contraltare la musica della band, interamente composta dal band leader Mickey Evil. Attingendo a piene mani da questo vasto background e dotato di un tocco retrò sempre ben presente, l’album ben si presta ad essere apprezzato da una platea trasversale, ma corre il forte rischio di risultare fin troppo eterogeneo, offrendo una visione multisfaccettata, ma al contempo un po’ fuori fuoco. Al senso di disorientamento contribuisce l’interpretazione di Mickey Evil, il quale, forse alla ricerca di una propria cifra artistica, finisce per scegliere spesso un cantato caricaturale e grottesco, quasi da fumetto, ma con una evidente interpretazione maligna e perversa, come una sorte di folle clown che distorce la propria voce per impaurire i bambini, e che raramente riesce però a donare davvero qualcosa al brano, risultando spesso velleitaria e fine a se stessa. Come anche nell’uso continuo dei sintetizzatori, sembra che si sia voluto mettere fin troppo nella ricetta, senza per questo venire a capo con un piatto coerente e gustoso, quanto piuttosto con una gran quantità di sapori, magari anche buoni presi di per sé, ma non per questo soddisfacenti una volta messi insieme. 
    Quanto detto non vuol significare che Something Weird sia un brutto disco e certo non si potranno accusare i The Mugshots di difettare in creatività e voglia di stupire e coinvolgere l’ascoltatore. Il lavoro di stratificazione ricercato non va affatto a guastare l’approccio rock della band e anzi è evidente come il tentativo di incastrare le diverse sfumature riveli una cultura non solo musicale molto ampia e solida e una capacità di costruzione dei brani fervida di soluzioni e accostamenti felici negli intenti. Al tempo stesso, l’immaginario di riferimento è talmente noto e abusato che pur risultando simpatico e piacevole, difficilmente riesce davvero a stupire o a farsi apprezzare per l’originalità. Il circo maledetto che apre l’album dopo il breve intro è l’esempio forse più eclatante in tal senso e la sua promessa di morte e dannazione per il pubblico accorso risulta un poco stantia e di scarso effetto, pur nella sua convinta e riuscita trasposizione musicale. In particolare, sin dall’introduzione è il basso di Eye Van a scandire le danze, assieme ai sintetizzatori e in seguito alla chitarra elettrica, mentre in Circus l’influenza post punk è evidente ed Evil invita il pubblico a prendere posto con una melodia quasi cantilenata; è però solo nella seconda parte dopo il classico break con le risate psicotiche e la voce declamatoria del “direttore del circo”, che il brano prende davvero il via, con tutti gli elementi al loro posto, risultando nel complesso un buon avvio di album. Purtroppo molto più anonima la seguente Rain, anch’essa legata ad una forma riconducibile al post punk, ma tutto sommato innocua, pur non risultando sgradevole e con un Mickey Evil molto più interpretativo e coadiuvato dalla seconda voce di Francesca Scalari. Deciso cambio di passo con la seguente I Am an Eye, che distrattamente potrebbe anche passare per un brano dei Ghost, con l’organo a intessere il proprio marchio su un tipico giro doom tombale, con tanto di campana in sottofondo e una seconda parte più movimentata e rockeggiante. An Embalmer’s Lullaby Part Two prosegue la buona vena del disco, stavolta con un buon connubio delle varie componenti strumentali e i sintetizzatori che sottolineano e amplificano il mood della canzone, apportando anche una sezione di clavicembalo e archi a metà brano. Forse un po’ breve e non particolarmente significativa, ma comunque ben fatta. Peccato che la seguente Ophis si riveli uno strumentale, perché nel suo essere ben fatto e gradevole, lascia un po’ di amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere corredato da una parte cantata di spessore. I pezzi forti del disco arrivano però da ora in avanti, con Sentymento che ospita un bravo e perfettamente calato nel ruolo Enrico Ruggeri, che prende il proscenio con la sua voce baritonale ed immediatamente riconoscibile e la successiva Scream Again, all’apparenza una ballad inquietante e piena di ombre, nella quale Evil è accompagnato niente meno che da Steve Sylvester e Ain Soph Aour, entrambi capaci di evocare i propri spiriti in momenti diversi del brano, esaltandone la mutevolezza e le particolari atmosfere. Peccato che a questo punto la band piazzi un brano del tutto indecifrabile come Grey Obsession, che pur potendo vantare due ospiti illustri come Mike Browning e Martin Grice, si rivela come una specie di mantra di matrice orientaleggiante, sognante e fascinosa, ma assolutamente avulsa dal contesto del disco. La successiva Dusk Patrol è un brano breve e quasi strumentale, di effetto e atmosfera, nella quale Tony Dolan gioca il ruolo di voce recitante, con una interpretazione che potrebbe ricordare persino Mike Patton. Molto più interessante la successiva Pain, brano struggente nel quale anche la chitarra riesce finalmente ad emergere in chiave solista e l’interpretazione di Mickey Evil, pur senza rinunciare alla caratteristica voce paperinesca, si rivela misurata e di buona efficacia. Chiude Ubique ed è nuovamente un brano strumentale, che scorre via piacevolmente, senza lasciare granché, a parte l’inquietante finale.
     
    Tornando al discorso iniziale, sarà difficile che Something Weird e i The Mugshots possano essere accusati di mancare di personalità e voglia di emergere. Un aspetto questo che andrebbe premiato, a maggior ragione in un contesto musicale odierno composto da band fotocopia e senz’anima, che sono proprio l’antitesi di quanto proposto dal gruppo italiano. Lo sforzo compositivo e di evocazione di un immaginario gotico e orrorifico classico, caro tanto al mondo del cinema quanto a quello dei fumetti, è un aspetto che non si può sottostimare. Al tempo stesso, è difficile arrivare in fondo all’album e ritenersi davvero soddisfatti da quanto ascoltato. Il continuo saliscendi qualitativo e l’eterogeneità della proposta, specialmente nella seconda parte, assieme ad alcune scelte stilistiche forse non pienamente convinte e convincenti, rende arduo un giudizio pienamente positivo. Un vero peccato, perché in tutti i brani il talento della band è davvero evidente e in alcuni di essi si raggiunge già adesso un livello anche buono e capace di aprire ampi spazi sul futuro. Probabilmente qualcosa nella proposta può e deve ancora essere limato, oppure, definitivamente liberato da qualsiasi tentativo di ridurlo ad una forma e ad una struttura limitanti, come quelle attuali. In buona sostanza, si rischia di essere troppo complessi senza riuscire a gestire questa complessità, ma al contempo troppo orecchiabili e ad ampio raggio di potenziale utenza, per raggiungere reali picchi di innovazione artistica. Alla band non mancano davvero le capacità per un ulteriore salto e il raggiungimento di quella forma definita che farebbe davvero la differenza, andando finalmente a comporre il quadro tra personalità, ispirazione e qualità di scrittura. 
  • Il nuovo album dei The Mugshots è definito come “Elitarian Undead Rock”, e consiste fondamentalmente in quasi 49 minuti di una musica che definisco per sommi capi come un rock che sperimenta con sonorità a volte gotiche, a volte più creepy e più raramente ariose, che solo a tratti si affaccia al metal, e il tutto condito da una pletora di ospiti perlopiù illustri, che comprendono anche Steve Sylvester, Ain Soph Aour, Tony Dolan, Freddy Delirio, Mike Browning e perfino Enrico Ruggeri. Come si può legare questo genere musicale (gothic rock, chiamiamolo così per semplicità) con le capacità compositive dei The Mugshots e una tale pletora così variegata di guests? Se lo fai, o ci troviamo di fronte a qualcosa di rivoluzionario, oppure ci troviamo di fronte a qualcosa di over-produced e over-thought, dove qualcosa tra i contributi massivi dei guests o il songwriting sbilancia tutto e oscura l’altra componente. La risposta data da “Something Weird”, purtroppo, ci dice che tutto ciò non si può legare, o che se anche si può fare “Something Weird” non è un buon esempio di tutto ciò.
     
    La prima parte dell’album infatti (quella più scevra da guests) è quella che descrive di più le capacità proprie dei The Mugshots e che purtroppo mostra dei limiti: lo stupore iniziale di questo rock abbastanza creepy di “The circus” lascia ben presto spazio ad un ritornello incolore, riffs invero abbastanza anonimi e soprattutto ad una voce che cerca di essere grottesca ma che dopo un po’ risulta poco efficace, forse perché troppo impostata o dallo stile che non cambia granché. E se gli stessi problemi ce li abbiamo in “Rain”, è da qui in poi che escono fuori altri problemi: Punto primo: appena subentrano i guests, lo stile dei The Mugshots cambia e tutto suona molto più nello stile del guest che della band in sé. Ne siano un esempio le tastiere di Freddy Delirio, che nella quarta canzone fanno virare il brano su di una cosa tra Ghost e Death SS. Punto secondo: brani come la quinta canzone che suonano troppo diversi, scollati o messi al posto sbagliato dell’album. Punto terzo: troppe strumentali sinceramente inutili e che appesantiscono il lavoro, spesso neanche così speciali, come “Ophis”. E una volta preso atto di tutto questo, “Something Weird” si rivela per quello che è: un disco fatto da una band discreta, ma che suona appesantito da troppe strumentali e brani fuori contesto, e dove i guest finiscono per rendere poco comprensibile il valore proprio della band, i quali a volte sono francamente evitabili (Perché chiamare Tony Dolan per fargli fare fondamentalmente qualche spoken vocals su di un intermezzo?), o a volte semplicemente sovrastano la band, come Enrico Ruggeri che in “Sentymento” umilia letteralmente e surclassa Mickey Evil, finendo per farsi notare solo lui in una canzone che tra l’altro suona diversa dalle altre (troppo ariosa e distaccata da tutto il resto). Inutile la parte finale dell’album, costituita da una nona canzone che di nuovo, è avulsa da tutto il resto, da un intermezzo inutile e da una “Pain” anche bella e finalmente con una chitarra solista, ma che forse arriva tardi, quando a causa di così tante variazioni stilistiche un buon brano dei The Mugshots arriva quando l’attenzione è già scesa.
     
    In conclusione: “Something Weird” non è affatto weird secondo me: è il frutto di una band che avrebbe anche fatto un disco decente, ma che viene penalizzato da una tracklist un po’ discutibile, da una certa voglia di teatralità invero che suona un po’ cheesy e pretenziosa, e soprattutto la cui personalità viene deformata troppo da tanti contributi esterni che vanno in direzioni differenti, rendendo quasi impossibile capire dove finisca il guest e dove comincia lo sforzo proprio della band. “Something Weird” è la prova che tanti ottimi ingredienti non bastano a fare una ottima zuppa, e per questo io non ne sono rimasto impressionato.
  • In 2002 The Mugshots were established in New York City, but surprisingly they are based in Italy. A mugshot is a slang term for a police photograph or a portrait taken after a person is arrested. The nicknames of the current band members are Mickey Evil (vocals, keyboards), Erik Stayn (keyboards), Eye-Van (bass), Macfly (guitar) and Gyorg II (drums). Special guest on lead guitar and additional piano is the legendary master of rock Dick Wagner who worked with Alice Cooper , Lou Reed, Kiss, Aerosmith and Peter Gabriel. In recent years the band recorded two full-fledged albums, namely House Of The Weirdos and Weird Theatre and two EPs called Doctor Is Out and In Disguise. The latter was distributed by an independent Italian label and got some enthusiastic reviews around the globe. 

    The EP Love, Lust And Revenge contains five songs all lasting over five minutes. The opening track Nothing At All has a fine piano and drum intro and great singing by Mickey Evil. The influence of Dick Wagner can already be noticed since this piece sounds like a radio-friendly Alice Cooper song. Listen to the two well-played guitar solos in the mid-section and at the end of the song. Next is the ballad Under My Skin which contains enough musical and lyrical variations to keep me focussed. Curse The Moon has the same intro as the Alice Cooper hit Hello Hooray!; the guitar licks of Dick Wagner are present all the time. Free As I Am is more a rock song with a happy feel; this could have been another song from the master of horror rock! The final song Pass The Gun Around is another great track with melodic guitar sounds and witty lyrics about gunslingers and drinking too much vodka. A nice guitar solo by MacFly ends this EP. 

     
    For me The Mugshots were a big surprise. They know how to write attractive, classical rock songs with fine melodies and intelligent lyrics.
     
     

Pagine